Anno zero doveva essere e anno zero è stato. Ma nemmeno nella più cupa delle previsioni ci si poteva aspettare il tracollo del Sei Nazioni 2016. Non è tanto l’ultimo posto a far male quanto la consapevolezza che l’Italia del rugby, oggi, non è più una squadra competitiva a livello internazionale. Forse, non merita nemmeno la partecipazione di diritto al Sei Nazioni. Nonostante una crescita esponenziale del movimento a livello economico e mediatico, la nazionale è da rifondare, tra i pochi grandi vecchi superstiti, qualche talento e tanti giovani arrivati impreparati all’appuntamento con l’azzurro. Una crisi profonda che porta sul banco degli imputati i dirigenti che hanno sbagliato tanto nell’ultimo decennio.

IL PEGGIOR SEI NAZIONI DI SEMPRE – Il Sei Nazioni 2016 è stato semplicemente la peggior edizione di sempre per gli azzurri, che fanno parte del torneo dal 2000. Il cucchiaio di legno dell’ultimo posto, il whitewash (cappotto) di sole sconfitte, che anche l’anno scorso avevamo evitato per il rotto della cuffia. Soprattutto, però, l’impressione d’inadeguatezza destata in più occasioni: nel solito spareggio contro la Scozia, gli avversari ci hanno surclassati all’Olimpico; in Irlanda siamo affondati senza onore; in Galles, pur lottando con dignità, abbiamo perso 67-14, sconfitta più pesante dal 2002. Numeri avvilenti: zero vittorie, 8 mete realizzate a fronte di 29 subite, una differenza punti di -145 che non ha precedenti. E pensare che il torneo era iniziato bene, con la grande prestazione contro la Francia e la prima, storica vittoria sfiorata a Parigi. Poi però il gruppo si è sciolto, fiaccato dalle difficoltà e dai tanti infortuni che hanno promosso titolari giocatori evidentemente non ancora pronti al salto di qualità.

MANCATO RICAMBIO GENERAZIONALE – Nell’ultimo torneo la questione del ricambio generazionale è esplosa drammaticamente: con 19 uomini diversi rispetto alla Coppa del Mondo, la nazionale non è riuscita ad essere competitiva. Tanti leader storici dello spogliatoio azzurro, dai fratelli Bergamasco a Castrogiovanni, hanno lasciato o sono in procinto di farlo: dodici dei trenta azzurri convocati ai ultimi mondiali erano over 30; lo stesso capitan Parisse (uno dei rugbisti più forti al mondo; chissà quando ricapiterà all’Italia di averne un altro) va per i 33 anni. Restano pochi punti fermi su cui ricostruire, come il mediano di mischia Edorardo Gori, già un veterano a 26 anni. Mentre i giovani, a parte qualche rara eccezione (Canna e Campagnaro su tutti) sono acerbi e impreparati al confronto internazionale. Praticamente un cumulo di macerie, non sarà facile ricostruire per il nuovo c.t. (ancora da scegliere, si parla dell’irlandese Conor O’Shea: secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it l’annuncio ufficiale dovrebbe avvenire entro dieci giorni).

LA CRESCITA DELLA PALLA OVALE – Attenzione, però: al contrario della nazionale, il rugby italiano negli ultimi dieci anni è cresciuto tanto. L’ingresso nel Sei Nazioni nel 2000 e nel Pro 12 nel 2010 (il campionato celtico per squadre di club, a cui l’Italia partecipa con due franchigie) ha alzato la qualità del gioco. L’arrivo di sponsor importanti (Cariparma, Adidas, Peroni) ha riempito le casse federali: nel 2015 la Fir ha registrato un fatturato record di 42 milioni di euro; più di basket, tennis e atletica, quasi pari al volley, secondo in Italia solo al calcio. L’interesse per la palla ovale è cresciuto enormemente (come dimostra il passaggio delle gare casalinghe dal piccolo Flaminio all’Olimpico); anche il numero dei tesserati è in costante ascesa, dai soli 30mila del 2000 agli oltre 100mila di oggi. Non concretizzare questa età dell’oro sul campo è stato un vero spreco. Che non può non avere colpevoli.

LE COLPE DELLA FEDERAZIONE – Le responsabilità, infatti, non possono essere solo di Jacques Brunel, c.t. arrivato tra mille speranze che oggi lascia con una valigia piena di rimpianti e delusioni. E neppure di Nick Mallet che lo ha preceduto, facendo forse anche peggio. Non a caso Parisse ha parlato di “intero movimento che deve cambiare strada”. La Federazione (con Dondi prima e Gavazzi poi) ha investito su franchigie e accademie giovanili. Un progetto piramidale ambizioso sulla carta, fallimentare nella pratica: il livello dei campionati nazionali si è abbassato, intere zone del Paese sono abbandonate al dilettantismo, mentre le franchigie sono un pozzo nero di soldi (costano almeno 7 milioni di euro l’anno) senza risultati. C’è un problema di quantità (mancano alternative ai titolari) e di qualità: tanti giovani sono stati portati in nazionale per fare esperienza, quando invece avrebbero dovuto averla già fatta altrove. Da qui nasce il disastro del Sei Nazioni 2016, che è andato malissimo anche a livello giovanile (solo sconfitte pure per l’Under 20). Persino il ranking mondiale ci condanna: dopo essere stati noni nel 2007, siamo precipitati al 14° posto. Scavalcati anche dalla piccola Georgia, che dopo un gran mondiale preme per entrare nel Sei Nazioni. Si parla di un meccanismo di retrocessione o play-out con l’ultima classificata, che potrebbe essere persino salutare per il movimento azzurro che ha bisogno di una scossa. Parisse sostiene con orgoglio che meritiamo di stare nel Sei Nazioni perché la Georgia non ci ha mai battuto. Forse è solo questione di tempo.

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