Domenica al fischio conclusivo dell’ultimo match, dopo aver subito tre mete nell’ultimo quarto d’ora dalla modesta Romania, l’Italia del rugby ha tirato un sospiro di sollievo. È finita la partita, con una vittoria (32-22) più sofferta del previsto. Ed è finito anche il Mondiale di Inghilterra 2015, che ha riservato più ombre che luci per gli azzurri. Si può voltare pagina, ma il futuro non ha mai fatto così paura. Ancora una volta il traguardo storico dei quarti di finale è rimandato di quattro anni. In Inghilterra l’Italia non l’ha neppure avvicinato, perdendo al debutto con la Francia, poi cedendo con tanto orgoglio all’Irlanda. Gli azzurri sono terzi nel girone, eliminati con due sconfitte e due vittorie (Canada e Romania). Il minimo sindacale per non uscire dall’élite mondiale. È un po’ la fotografia del nostro movimento: in fase stagnante da anni, rischia di scivolare all’indietro. La Coppa del Mondo chiude l’era Brunel e il ciclo di una generazione che ha raccolto meno di quanto sperato. Il tecnico francese aveva sostituito nel 2011 Mallet, promettendo bel gioco e vittorie: dopo i primi due anni positivi, la squadra si è involuta, inanellando nove sconfitte in dieci partite, anche prima del deludente Mondiale.

A disposizione ha avuto un gruppo mediamente talentuoso, guidato da Sergio Parisse, uno dei giocatori più forti al mondo. Chissà quando ricapiterà all’Italia. Dei trenta azzurri convocati per l’Inghilterra, dodici sono over 30 (Aguero, Castrogiovanni, Cittadini, Rizzo, Ghiraldini, Geldenhuys, Bernabò, Zanni, Garcia, Masi, Bergamasco e Parisse). Praticamente tutta la prima linea, il reparto storicamente più forte. E tanti titolari. È già ufficiale l’addio di Mauro Bergamasco, cinque Mondiali alle spalle, una bandiera a cui Brunel non ha concesso neppure la passerella finale dell’ultimo match con la Romania (spedendolo in tribuna). Altri potrebbero seguirlo, difficile che qualcuno arrivi fino a Giappone 2019. Resta in eredità una mediana giovane ma acerba, e una linea di trequarti impalpabile. Le poche certezze da cui ripartire sono Minto, Gori, Campagnaro, McLean. Il resto è tutto da costruire. La nazionale di domani rischia di essere più scarsa di quella di ieri, anche perché dalle giovanili non sono arrivate indicazioni confortanti: quasi che negli Anni Novanta non siano nati talenti in Italia.

La crisi affonda le radici ai vertici. Brunel ha fatto male, Mallet peggio. E la Federazione (con il presidente Dondi prima, e Gavazzi poi) ha sbagliato tanto, non solo la scelta dei ct (a proposito: il prossimo sarà l’irlandese Conor O’Shea, da capire solo se da subito o nel 2016, quando scadrà il contratto di Brunel). La Fir ha investito su franchigie e accademie: 36 centri di formazione under 16, nove zonali under 18, la squadra under 20 che gioca in Serie A, quindi il campionato di Eccellenza come serbatoio per le due rappresentative italiane nel Pro 12 (Treviso e Zebre). Un progetto piramidale ambizioso e anche lodevole, sulla carta. Fallimentare nella pratica: il livello dei campionati nazionali si è abbassato, le franchigie sono un pozzo nero di soldi e fin qui hanno collezionato solo figuracce. In particolare le Zebre, sempre ultime, con un record desolante di 72 sconfitte e appena 10 successi in tre stagioni. Il tutto alla modica cifra di almeno 7 milioni di euro all’anno erogati alle due franchigie, e 4 milioni a centri e accademie. Infatti anche le casse piangono: il bilancio 2013 (l’ultimo consuntivo disponibile sul sito della Federazione) si è chiuso con un passivo di 265mila euro. Si vedrà in futuro se il “progetto” ha bisogno di tempo per dare risultati, o se quelle che potevano essere buone idee sono semplicemente state realizzate male. Intanto c’è una nazionale da rifondare, e la partecipazione al Sei Nazioni da difendere: noi siamo fermi al palo, dietro spingono realtà emergenti come la Georgia, che ha disputato un gran mondiale e ci tallona nel ranking. Da oggi comincia l’anno zero del rugby italiano.

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