Il decreto è stato varato dal Consiglio dei ministri il 31 maggio scorso ed oggi è entrato in vigore. Il contenuto è semplice: il piano per il risanamento ambientale dell’Ilva rischia di essere spostato al 31 dicembre del 2019. Un provvedimento che ha mandato su tutte le furie Michele Emiliano, ancora una volta non tenero quando si tratta di criticare l’operato del governo e del presidente del Consiglio. Il governatore pugliese, infatti, ha dato mandato all’Avvocatura regionale per impugnare il decreto davanti alla Corte Costituzionale. “La misura è colma. La pazienza dei tarantini e dei pugliesi è finita – ha attaccato Emiliano –  Siamo stanchi di vedere i bambini di Taranto ammalarsi di tumore nella misura del 30% in più rispetto agli altri bambini italiani”.

A spingere l’ex segretario regionale del Pd al muro contro muro è la possibilità che viene data alla società che vincerà la gara per l’acquisizione del gruppo siderurgico italiano di modificare il Piano delle misure di risanamento ambientale dell’Ilva predisposto dal governo Renzi nel 2014. Le modifiche con il nuovo piano ambientale saranno valutate da un comitato di esperti che avrà 120 giorni di tempo. Approvato il piano, i nuovi acquirenti avranno tempo fino al 31 dicembre 2019 per realizzarlo, 18 mesi in più rispetto al termine del 30 giugno 2017, a sua volta già prorogato. Se si fossero rispettati i tempi previsti in origine, il risanamento del Siderurgico di Taranto doveva essere fatto entro il 4 agosto 2016 cioè fra poco meno di due mesi.

Il decreto Calenda-Galletti, del resto, è la decima “disposizione urgente” che interviene sul percorso di risanamento dell’acciaieria di Taranto. Di fatto le novità introdotte estendono i tempi sia della procedura di cessione dell’Ilva ai privati sia dei lavori per il risanamento ambientale che Taranto aspetta. La principale novità riguarda appunto il Piano Ambientale che – come peraltro intende fare ArcelorMittal – potrà essere modificato dagli offerenti, rispettando, ovviamente, i limiti di emissioni previsti dall’Unione Europea (c’è già una procedura di infrazione in corso per gli errori commessi negli anni passati). Le modifiche dovranno essere poi valutate da un comitato di esperti nominato dal Ministero dell’Ambiente che saranno remunerati dall’Amministrazione Straordinaria. Il comitato, come detto, avrà 120 giorni per esprimere le proprie valutazioni e per proporre eventuali correzioni. Correzioni che gli offerenti dovranno accettare a pena dell’esclusione dalla gara. A questo punto la parola passerà a un “esperto indipendente” che ha 30 giorni per valutare “la compatibilità delle offerte vincolanti” con i “criteri di mercato”.

La società che vincerà la gara – quasi certamente una newco creata dalla cordata prescelta con la partecipazione finanziaria di minoranza di cassa Depositi Prestiti, che ancora oggi, per bocca del suo amministratore delegato Fabio Gallia, ha rinnovato il suo impegno per il turnaround dell’Ilva – avrà tempo fino al 31 dicembre del 2019 per realizzare il suo Piano Ambientale che verrà recepito con un Dpcm. Sempre secondo il decreto, l’acquirente dell’Ilva non dovrà più restituire allo Stato il prestito ponte da 300 milioni di euro, come previsto dal decreto Guidi dello scorso gennaio, e concesso per garantire la prosecuzione delle attività continuando il risanamento ambientale nelle more della procedura di trasferimento. Ora toccherà all’Amministrazione Straordinaria restituirlo, con gli interessi di mercato (Euribor a 6 mesi maggiorato di uno spread pari al 3 per cento), il debito sarà “anteposto agli altri della procedura” rendendo ancora più precaria la posizione dei creditori non assistiti da privilegio. Al nuovo acquirente viene poi ora concesso la stessa immunità penale, civile e amministrativa, riconosciuto ai commissari straordinari “per le condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale”. Un salvacondotto che ha spinto il Movimento Cinque Stelle a definire “criminale” il decreto, annunciando battaglia in Parlamento.