Tempi più lunghi del previsto per la cessione dell’Ilva ai privati. Il governo, infatti, ha di nuovo cambiato le carte in tavola, modificando il bando internazionale pubblicato quattro mesi fa. Stando al decreto firmato lo scorso gennaio dall’allora ministro dello Sviluppo Federica Guidi, le offerte vincolanti per il siderurgico avrebbero dovuto essere presentate entro il 30 maggio. Termine già slittato al 23 giugno. Ma il consiglio dei ministri di martedì 30, dando il via libera al decimo decreto legge sullo stabilimento tarantino, ha stabilito che il deposito delle proposte debba avvenire entro il 30 giugno e concesso 120 giorni a un comitato di esperti nominato dal ministro dell’Ambiente per vagliare le eventuali proposte di modifica del Piano ambientale. “Il parere verrà quindi comunicato agli offerenti, che provvederanno, se del caso, ad adeguare le loro offerte”, si legge nel comunicato del cdm, in cui al posto della Guidi siede ora Carlo Calenda. “Solo successivamente verranno valutate”, “con l’ausilio di un perito indipendente”, le “offerte economiche associate ai piani ambientali considerati ammissibili”. Risultato: l’operazione non si chiuderà prima di settembre. Una scelta “irresponsabile“, secondo la Fiom, che lamenta il rischio della perdita di ulteriori commesse per un gruppo che già si dissangua al ritmo di 50 milioni al mese. Una “giravolta che non risolve i problemi” per l’Unione sindacale di base.

Più tempo per i turchi di Erdemir – La decisione, che rende il piano delle misure e delle attività di tutela ambientale centrale nella valutazione delle offerte, arriva dopo che la Corte europea di Strasburgo ha messo l’Italia sotto processo con l’accusa di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini di Taranto dagli effetti negativi delle emissioni. Secondo l’Ansa, ora gli offerenti vogliono essere sicuri che eventuali variazioni al Piano ambientale siano approvate prima di formulare un’offerta economica che tenga conto dei costi del risanamento dell’Ilva. Lo slittamento però sembra anche spianare la strada all’intervento del gruppo turco Erdemir, primo produttore d’acciaio del Paese controllato dal fondo pensionistico dell’esercito. Stando alle indiscrezioni delle scorse settimane, dopo aver presentato la propria manifestazione di interesse Erdemir è pronto a scendere in campo, non è chiaro se in cordata con Arvedi. Ma aveva bisogno di più tempo per mettere a punto la propria offerta.

Marcegaglia spera nel supporto di Cdp – L’altra cordata in lizza è formata da ArcelorMittal e Marcegaglia. Leonardo del Vecchio, patron di Luxottica, ha poi presentato ai commissari la sua disponibilità a partecipare come partner finanziario attraverso Cassa Depositi e Prestiti, che a sua volta interverrebbe nel turnaround attraverso Cdp Equity, il braccio (ex Fondo strategico italiano) con il compito di gestire partecipazioni in aziende di grande dimensione a rilevanza sistemica. Non è chiaro quale delle due cordate otterrà il sostegno di Cdp. Emma Marcegaglia martedì ha spiegato che la sua azienda è pronta a correre da sola insieme ad ArcelorMittal “ma abbiamo anche detto chiaramente che vorremmo la Cdp con noi”.

Sindacati: “Governo irresponsabile, servirà nuova iniezione di soldi” – Il nuovo rinvio fa salire sulle barricate i sindacati. I segretari generali di Fim, Fiom e Uilm di Taranto, Valerio D’Alò, Giuseppe Romano e Antonio Talò, hanno chiesto un incontro urgente ai commissari. Per Rosario Rappa, segretario nazionale della Fiom, “si tratta di un comportamento irresponsabile. Il nuovo decreto, oltre allo slittamento di almeno altri quattro mesi, produce altre indeterminatezze, facendo perdere ulteriori commesse allo stabilimento e richiedendo un’ulteriore iniezione di liquidità in attesa della vendita”. “Non vorremmo – aggiunge – che tale scelta incida sull’operazione di vendita e sulla congruità del prezzo finale, a proposito della tanto decantata trasparenza nella gestione della vicenda Ilva”. Francesco Rizzo, coordinatore dell’Usb, ha invece parlato di “continui cambiamenti e giravolte del Governo sulla vicenda dell’Ilva, della sua vendita e del disastro ambientale creato dai Riva in anni d’indifferenza da parte di tutte le istituzioni pubbliche, in cui si sono privilegiati i profitti dei privati a scapito della salute e sicurezza di tutti”. Per Rizzo “la nazionalizzazione e l’intervento pubblico sono l’unica strada”. Anche perché la richiesta “pressante del gruppo Marcegaglia e altri per l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti nell’affare la dice lunga sulla capacità/possibilità per i privati di sostenere questa operazione. Dal canto nostro, utilizzeremo questo tempo per contrastare questa ennesima privatizzazione“.