E’ cominciato da qualche giorno il ‘martellamento del premier in ogni telegiornale a sostegno delle sue riforme e, in particolare, in quella della Costituzione per la quale, dopo l’approvazione del Parlamento, occorre anche quella dei cittadini, chiamati a confermare con il voto referendario il proprio consenso.

Stavolta il nostro iper-pragmatico premier non potrà di nuovo (vergognosamente) invitare all’astensione per far fallire il referendum.
Questo è un referendum costituzionale, quindi non è abrogativo ma confermativo. E non c’è il “quorum”, quindi per vincere gli occorre una maggioranza. Una qualunque, ma finalmente dovrà vedersela con degli elettori veri… che però sono chiamati a votare altra cosa, non lui.

In realtà l’equivoco è palese: lui, e la sua coalizione governativa, hanno imposto al paese, facendole approvare da un Parlamento senza una vera maggioranza (nonostante il “porcellum” su cui si regge anche questa legislatura) tutta una serie di riforme, inclusa questa riforma alla Costituzione che, a giudizio di egregi costituzionalisti, oltre a forti sospetti di incostituzionalità, mancano di un vero supporto popolare. Infatti non è possibile ignorare che questo Parlamento è stato eletto dal popolo solo sul piano formale, perché la scelta dei candidati è stata prerogativa insindacabile delle segreterie di partito.

Ma queste cose le diciamo da anni ormai e il popolo, troppo distratto dagli impegni quotidiani, e forse anche da una accentuata ignoranza delle regole democratiche ed istituzionali, non si è ancora accorto (in cospicuo e determinante numero) della gravità dello “scippo” perpetrato ai suoi danni da una partitocrazia che ha già troppo potere ma ne vuole sempre di più. Proprio così. Anche le troppo decantate e propagandate riforme del “rottamatore”, guardandole ad un più attento ed approfondito esame, non mettono l’interesse del popolo nell’obbiettivo, l’interesse e’ sempre e solo quello dei partiti, e questa riforma costituzionale ne è la prova più evidente.

Qual è l’interesse del popolo nel suo insieme? Avere un sicuro lavoro (vale anche per gli imprenditori!) ed una equilibrata redistribuzione del reddito. Le riforme di Renzi fanno questo? Manco per sogno! Lui rottama (anche quel che c’è di buono). Vere ed efficaci politiche per il sostegno all’occupazione e per un riequilibrio nel carico fiscale e nelle politiche retributive (pubbliche e private, e non di semplice facciata!) non se ne vedono, eppure dovrebbero essere al primo posto, soprattutto per un governo che si autodefinisce di “sinistra”.

Qual è l’interesse dei partiti? Semplice: rendere più facile la vittoria alle elezioni e governare senza ostacoli. Purtroppo è quello che stanno gia’ facendo i nostri partiti da almeno trent’anni (col risultato che vediamo!). Ma Renzi non demorde, anzi, lui si è rivelato un vero campione su questo piano. Lui non si pone nemmeno il problema su quale sia la forma migliore tra sistema presidenziale o parlamentare, e tra sistema “proporzionale” o “maggioritario”; lui mira a fare ciò che vuole senza fastidiosi rompiscatole che gli fanno solo perder tempo. Non ha modelli da imitare, il suo modello è lui stesso. Poter prendere qualsiasi decisione senza intoppi è il suo modello.

Lui ci è arrivato anche senza vincere elezioni, ma sa che la cosa non si può ripetere, allora ecco l’Italicum col quale, grazie anche agli appoggi esterni, vincerà per chissà quanti anni ancora, visto che è capace di riformare qualunque cosa che lo ostacola. Se riesce a riformare la Costituzione senza mai essere stato eletto chissà cosa altro riuscirà a fare dovesse vincere il “Sì” al referendum che non ha potuto evitare.

Una riforma veramente necessaria sarebbe quella di impedire ai responsabili dei partiti di diventare premier, ma lui non ci pensa proprio. Se si dedicasse completamente al partito (come sarebbe suo dovere) forse avrebbe scoperto molto prima dei giudici gli intrallazzi e le malversazioni finite in Procura negli ultimi mesi.

Ma lui ha altro da fare: deve difendere la sua poltrona a Palazzo Chigi e nei referendum usa a suo profitto il suo populismo sgangherato ma efficace. In quello delle trivelle, senza dare alcuna seria informazione sui quesiti referendari ha puntato sull’astensione e ha vinto. In questo, ben più importante, sulla riforma della Costituzione, non potendo giocare la carta dell’astensione, mette in campo tutti gli assi del suo populismo promissorio. Ancora una volta evita di dare precise notizie sugli effetti pratici delle sue riforme e si limita a bombardare tutti i principali telegiornali con i suoi miracolistici “miraggi” capaci di illudere milioni di persone (fino a controprova).

Tutti sanno cosa sono i miraggi, ma solo le persone esperte sanno riconoscerli, gli altri possono solo decidere se fidarsi. Se queste fossero riforme serie, nell’interesse dei cittadini, lui non avrebbe bisogno di “bombardare” i cittadini con miracolistici miraggi. Quello che vuole è una riforma che, se vinceranno i Sì, garantirà a lui, e ad un sistema politico in decomposizione, un potere smisurato. Ai cittadini resterà invece il “privilegio” di confermare col voto le ingegnose invenzioni del leader. Lui li premierà consentendo loro di assaporare l’indicibile gioia di tornare ad essere “sudditi prediletti”.