Dov’era, com’era. A costo di espropriare tutte le case del centro storico per poterlo dichiarare opera pubblica e ricostruirlo pezzo per pezzo, numerando ogni pietra e rimettendola al suo posto. “L’idea condivisa, da subito, fu che il cittadino aprendo la finestra avrebbe dovuto vedere lo stesso scorcio di montagne, lo stesso panorama che vedeva prima”, ricorda Giuseppe Zamberletti. “Nelson Rockefeller, il vicepresidente degli Stati Uniti, venne in visita a metà maggio. Era stupito, mi disse: “Davvero volete ricostruire lì sul cocuzzolo, sulla dorsale della montagna? Perché non portate tutti giù a Palmanova e fate delle belle strade larghe e dritte…?”. Zamberletti, oggi cittadino onorario del Friuli, fu nominato commissario straordinario per il coordinamento dei soccorsi il 7 maggio, “all’ora di colazione”. Il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, di cui era sottosegretario, lo chiamarono a Udine dopo aver visto quel poco che restava tra Gemona, Venzone, Buja e Majano, il quadrilatero in cui si concentrò la maggior parte dei 989 morti. I Comuni colpiti dalla scossa delle 21:06 6 maggio 1976, 6,4 della scala Richter, furono in tutto 137. Circa 80mila gli sfollati. Ma l’Orcolat, l’orco della Carnia che nel folclore friulano scatena i terremoti, non si era ancora riaddormentato.


A settembre il colpo finale. E l’avvio del modello Friuli 
– Il 15 settembre a Venzone venne giù anche il campanile. La sera del 6 maggio, quando gran parte del duomo gotico consacrato nel 1338 era andata distrutta, aveva resistito. Ma le repliche di fine estate, forti quasi come quella di primavera, lo ridussero a un cumulo di pietre. In tutto il Friuli nuovi crolli, giù le case ancora agibili e quelle che i proprietari avevano appena riparato dicendosi: “Fasin di bessôi”, facciamo da soli. “Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano. È cominciata un‘altra cosa”, aveva annotato il poeta e scrittore Gianni Rodari, meravigliato, nel reportage per Paese Sera. “Ma il sisma di settembre completò la distruzione e soprattutto annullò tutto il lavoro di recupero che era stato fatto durante i mesi estivi”, dice Ivano Benvenuti, che allora aveva 32 anni e da meno di uno era sindaco di Gemona, il comune più vicino all’epicentro, dove si contarono 400 morti.
Con i muri, quel settembre, crollarono anche le speranze delle decine di migliaia di persone che da mesi vivevano nelle tende (40mila quelle spedite d’urgenza dagli Stati Uniti nella base aerea di Aviano) e a quel punto vennero sfollate sulla costa. Poteva essere la resa, invece fu allora che si mise in moto davvero il “modello Friuli”. I pilastri: decentramento delle decisioni, reinsediamento della popolazione, ricostruzione “com’era e dov’era”. Niente new town come nel Belice e come, oltre 30 anni dopo, in Abruzzo.

“Il sisma di settembre completò la distruzione e annullò il lavoro di recupero fatto in estate”. Ma fu allora che si mise in moto il modello Friuli

Delega in bianco alla Regione e a Zamberletti. “In deroga a tutte le leggi” – Il decentramento fu deciso fin da subito. Moro il 12 maggio concesse un’ampia delega al governatore Dc Antonio Comelli, che creò una Segreteria generale straordinaria. Da lì passarono tutte le decisioni sulle opere di riparazione e ricostruzione, lì si scrissero i “listini prezzi” e i disciplinari unificati per evitare speculazioni e si preparò il rendiconto finale. Fu quindi la Regione a gestire insieme a Zamberletti i 10 miliardi di lire stanziati dal consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia a due giorni dal sisma e i soldi che arrivarono poi dallo Stato sia per la ricostruzione sia per la ripresa economica e culturale: nel 1978, per esempio, quei fondi hanno finanziato la nascita dell’università di Udine. Il conto finale, stando ai dati dell’ufficio studi della Camera, è ammontato a 18,5 miliardi di euro a valori del 2014.

A settembre Zamberletti, che aveva lasciato l’incarico a luglio perché l’emergenza sembrava finita, fu richiamato dal nuovo governo Andreotti. Che gli diede carta bianca: “L’articolo che stabiliva i miei poteri lo scrisse personalmente Cossiga e diceva: “Il commissario agisce in deroga a tutte le leggi ivi comprese quelle sulla contabilità generale dello Stato””. Il commissario, a sua volta, investì di quei poteri i sindaci: “Ero convinto che non dovessero essere solo “sindacalisti” della popolazione. Diventarono funzionari delegati, a capo di un centro di comando unificato con a disposizione reparti delle Forze armate, del Genio civile e dei Vigili del Fuoco e la responsabilità di gestire gli appalti prima per i prefabbricati e poi per la ricostruzione. Il “miracolo” del Friuli, che non si è potuto replicare in Irpinia sia per l’ampiezza del territorio colpito sia perché lì mancava la tradizione asburgica dei Comuni friulani, è nato da qui. Dal fatto che furono gli amministratori più vicini ai cittadini a guidare e finanziare la ripartenza. In più la regione dimostrò capacità esemplari”.

“Il miracolo della ricostruzione è merito dei poteri dati ai sindaci, i più vicini ai cittadini”

Hanno aiutato anche le migliaia di volontari arrivati da tutta Italia. E il fatto che nel Nord Est ci fosse all’epoca gran parte delle forze armate nazionali: “Più di 20mila uomini, a cui da subito si unirono un battaglione del Genio della Germania federale e gruppi specializzati delle forze armate francesi. In Irpinia non c’erano uomini, non c’erano caserme…ricordo che il capo di Stato maggiore Rambaldi diceva che andare sulle montagne della Basilicata era come andare in Albania”. Fu dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia che si iniziò a parlare della necessità di un coordinamento delle attività di prevenzione e gestione dei disastri. Nel 1982 nacque il ministero per il coordinamento della Protezione civile, guidato per tre volte da Zamberletti, e nel 1992 fu istituito a Palazzo Chigi il dipartimento della Protezione civile.

“Per ricostruire tolsi le case ai friulani: era l’unico modo” – Potere ai sindaci, dunque. E responsabilità. Furono loro a dover prendere le decisioni più difficili. “Venzone era monumento nazionale”, ricorda Antonio Sacchetto, all’epoca 36enne e primo di cittadino da nemmeno un anno. “Per ricostruirla com’era e dov’era, velocemente e in modo efficiente, non si poteva aspettare che i proprietari dei palazzi si mettessero d’accordo. Ne parlai con Egidio Ariosto, il ministro dei Beni culturali, e lui mi disse: “Possiamo rifarla, a condizione che diventi opera pubblica. Tutto il centro storico, comprese le case, deve diventare del Comune”. Non c’era altro modo, era l’unica strada. Così mi presi quella responsabilità: espropriare la casa a chi magari era andato a lavorare all’estero per costruirsela. Togliere la casa ai friulani…”.

“Chi aveva un palazzo si vide assegnare solo un appartamento”

Una volta ricostruito, negli anni Ottanta, si riassegnò. “Ma la legge stabiliva che a ogni nucleo famigliare fosse attribuito un certo numero di metri cubi, a prescindere dal fatto che prima non avesse nulla o possedesse un intero palazzo. C’era solo il diritto di prelazione per chi voleva ricomprare. Certo, non tutti erano d’accordo. Ci sono state proteste, a chi prima aveva tutta una casa non stava bene ricevere un piccolo appartamento. Ho anche ricevuto denunce, perché i decreti di esproprio li firmava il sindaco. Ma abbiamo rimesso in piedi Venzone. Solo le frazioni Carnia e Portis sono state spostate, perché la montagna continuava a franarci sopra”. Quanto al tessuto economico, anche la ripartenza della produzione ha seguito lo stesso fil rouge della ricostruzione dei muri: dov’era, com’era. “La priorità era rimettere in piedi prima le fabbriche, perché la popolazione non dovesse abbandonare i propri paesi per l’assenza di prospettive di occupazione”, spiega Benvenuti.

Dov’era, com’era. “Ma i segni del trauma rimangono” – Il Duomo di Venzone è, insieme a quello di Gemona, il simbolo della ricostruzione per anastilosi, cioè con i pezzi originali rimessi al loro posto uno per uno. “Tra maggio e settembre si fece il rilievo fotogrammetrico. Le pietre, quasi 10mila, furono recuperate e conservate. Nel 1982 iniziò la catalogazione: ogni pietra fu contrassegnata con una lettera che indicava a quale lato della costruzione era appartenuta e un numero progressivo in rosso”, rievoca l’architetto Alessandra Quendolo, che lavorava nell’ufficio tecnico della Fabriceria del Duomo, il cui progetto di ricostruzione nel 1986 fu scelto dalla Soprintendenza. “A quel punto confrontammo le pietre con le foto per capire a quali elementi architettonici appartenevano. Analizzammo anche la lavorazione, le finiture e lo stato di usura, perché per esempio una pietra esposta a nord si rovina di più rispetto a una della parte sud, la cappella del rosario aveva molte pietre lavorate a scalpello… Mano a mano, quando trovavamo la corrispondenza segnavamo sui nostri schizzi il codice della pietra. Nel 1988 partì il cantiere. Nel 1995 il Duomo è stato ufficialmente riconsegnato alla città”.

“Recuperammo e numerammo quasi 10mila pietre per rimetterle al loro posto una per una” 

Identico a prima? “No, non è identico. Si è scelto di lasciare visibile la differenza tra la parte non crollata, che è stata deformata dal sisma, e quella ricomposta. I segni del trauma rimangono”. E i segni restano, oltre che sulle persone, anche sulla trama del territorio. Sulla viabilità, rivoluzionata dall’autostrada per l’Austria e da tutte quelle rotatorie che prima non esistevano.

Un inverno al mare. Per chi restava, 5mila roulotte requisite in tutta Italia – Dire no alle new town ha avuto un prezzo alto: il tempo. Tra le tende e il ritorno nelle case ricostruite sono passati più di dieci anni: solo nella seconda metà degli Ottanta i friulani hanno lasciato i prefabbricati. Nel settembre 1976, in vista dell’inverno, oltre 30mila persone furono trasferite sulla costa, da Grado a Venezia passando per Lignano, Bibione e Jesolo. Altri andarono a Ravascletto, nell’Alta Carnia. “Requisimmo fino al marzo dell’anno dopo tutte le case di villeggiatura, riconoscendo ai proprietari un affitto deciso dall’ufficio erariale”, spiega Zamberletti. “Negli appartamenti sistemammo le famiglie, distribuendole in dipartimenti in modo da tenere vicini gli abitanti dello stesso Comune e le scolaresche. Gli anziani non autosufficienti furono invece ospitati negli alberghi, che ricevevano una retta a persona”. Ci fu poi chi non chiese aiuto e preferì pagare di tasca sua.

Ma serviva una soluzione anche per gli agricoltori e allevatori, i tecnici e tutte le 15mila persone che per lavoro non potevano spostarsi dalle zone terremotate. “Pensai alle roulotte. Ma il ministro delle Finanze mi aveva chiesto di cercare di ridurre le spese e in fondo sarebbero state usate solo per qualche mese. Allora chiesi ai prefetti di tutta Italia di requisire tutte le roulotte non utilizzate. Ne arrivarono in Friuli più di 5mila, in colonne guidate dai presidenti delle Regioni. Fui sommerso dalle critiche, avevo contro tutti. Ma a marzo, quando le radunammo a Campoformido per restituirle, i proprietari le trovarono in perfette condizioni. E in ognuna i terremotati avevano lasciato un mazzo di fiori“.

Immagini archivio Cineteca del Friuli. Fonti originali: ‘Friuli 6 Maggio 1976’ doc di Giulio Mauri, ‘Friuli 76 – Isola e Continente’ doc di Gianenrico Vendramin e Dario Ferli, ‘La Tragedia del Friuli’ – Esercito Italiano, 1977