Il suo fondatore, Eugenio Scalfari, non aveva certo scelto la via della Resistenza anzi nel 1942 era stato nominato caporedattore di Roma Fascista ma settant’anni più tardi mi sarei aspettato almeno una riga in prima pagina su La Repubblica in occasione della Festa della Liberazione. E invece no.

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Ieri non volevo credere ai miei occhi. Nella mazzetta dei giornali non mi aspettavo certo che il Giornale o Libero dedicassero parole a Sant’Anna di Stazzema, ai martiri di Marzabotto, ma che “Repubblica” preferisse ricordare il quattrocentesimo centenario della morte di Cervantes e Shakespeare piuttosto che le centinaia di partigiani e civili uccisi non può essere considerata una dimenticanza ma una scelta.

Per un attimo ho pensato che l’edicolante mi avesse dato il giornale del giorno precedente. Ma non era così. Sulla “prima” del quotidiano diretto da Mario Calabresi ieri hanno preferito dare spazio a Valentino Rossi, alle 20mila idee di successo finanziate dagli amici del web e alla Juventus. Nemmeno un editoriale, una foto-notizia sul 25 aprile. Meglio parlare (sempre in “prima”) del boom dei viaggi per super ricchi: Vittorio Zucconi, nato quattro giorni prima l’eccidio di Stazzema, grande ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica, anziché dedicare qualche riga alla Festa della Liberazione, ha preferito raccontarci di quell’uno per cento del mondo che sborsa cifre a sei zeri per servizi riservati.

L’apertura, chiaramente, non poteva che essere destinata a lui, al premier con tanto di intervista su sei colonne alla seconda e terza pagina.

E’ affidato proprio a Matteo Renzi il compito di parlare della Liberazione. Tutto è liquidato in tre righe e quattro parole di risposta alla domanda di Claudio Tito: “Pochi anni fa il centrodestra proponeva di abolire questa Festa. E’ una data che rappresenta il nucleo dei valori della Repubblica. Vede in pericolo quei valori?”. Risposta dell’inquilino di palazzo Chigi: “No. L’antifascismo è elemento costitutivo e irrinunciabile della nostra società. Giusto tenere alta la guardia”. Più di così non potevamo aspettarci o pretendere. L’ex sindaco non è Sandro Pertini o Aldo Moro.
A dire il vero Tito torna sul tema qualche riga sotto ricordando a Renzi che “nel suo partito qualcuno ritiene che la riforma costituzionale sia una mina piazzata proprio sotto gli ideali della Costituzione nata il 25 aprile”.

Un assist per il premier pronto a segnare il goal che Repubblica vuole: “Ma per favore! Un po’ di serietà. La deriva autoritaria è quella che ha portato al fascismo. Qui non cambiamo nemmeno i poteri del governo. Si può essere d’accordo o meno con la riforma ma proprio il rispetto per la Guerra di Liberazione dovrebbe imporre di confrontarci nel merito”.

Stop. Di 25 aprile non si parla più. Anzi, pardon, al 25 aprile La Repubblica dedica una pagina ma all’anniversario del terremoto in Nepal avvenuto lo scorso anno. Sfoglio di nuovo il giornale, cerco nelle pagine culturali ma trovo solo la bella storia della misteriosa collezione di coleotteri dello scrittore Fredrik Sjoberg. Povero illuso: da maestro credevo di poter leggere la recensione di uno dei tanti libri sulla Resistenza scritti per bambini o l’intervista a uno storico o ad un partigiano. Eppure ieri, a parte i giornali di Centrodestra (Libero l’ha fatto a modo suo ma l’ha fatto), nessuno degli altri quotidiani si è dimenticato di citare la festa della Liberazione in prima pagina: la La Stampa, Il Corriere della Sera, L’Unità, Il Secolo XIX ne hanno parlato.
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulle scelte editoriali della Repubblica ora ha avuto una conferma.

*aggiornato da redazione web il 26 aprile 2016 alle 14