Caro Calenda, quale ‘campagna d’odio’ su Minetti? Si chiama libertà di informazione
di Roberto Celante
In relazione all’inchiesta giornalistica di Thomas Mackinson per il Fatto Quotidiano, Carlo Calenda ha utilizzato la locuzione “campagna d’odio”, perdendo una buona occasione per tacere.
Il Fatto Quotidiano è stato il primo organo di stampa a dare la notizia della concessione della grazia a Nicole Minetti, ex membro del Consiglio regionale della Lombardia, condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi complessivi nei processi “Ruby bis” e “Rimborsopoli”.
La notizia è stata data, in quanto la vicenda ha carattere di interesse pubblico, non solo perché ogni provvedimento di clemenza deve essere trasparente e granitico nei suoi presupposti, al pari delle sentenze, essendo questi requisiti essenziali per garantire il rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.), ma anche perché, in questo caso, si tratta di una cittadina cui erano state affidate funzioni pubbliche, che aveva il “dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54 Cost.), quindi, l’effettività dell’esecuzione della pena era sostenuta da un duplice motivo di interesse pubblico.
È sempre in ossequio a questi principi che Thomas Mackinson ha avviato un’inchiesta giornalistica volta a verificare la solidità degli elementi che sono stati valutati favorevolmente dalla Procura generale presso la Corte di Appello di Milano e dal Ministero della Giustizia. Si trattava di raccogliere evidenze utili a suffragare o contestare la fondatezza di tali elementi, nello specifico: il cambiamento di vita della condannata e, soprattutto, i “motivi umanitari” legati alle condizioni di salute di un parente, minore, necessitante di assistenza.
Chi fa il giornalista sa che il proprio lavoro lo può esporre a querele e tale consapevolezza lo porta a verificare attentamente le fonti e i documenti di cui viene in possesso, per cui scrive in forza di un ragionevole affidamento sull’attendibilità del materiale reperito. Il direttore del quotidiano, per le stesse ragioni, è portato ad applicare la stessa attenzione e, se possibile, ancor maggiore prudenza, perché si fa garante del lavoro altrui e della reputazione dell’intera testata.
Ora, al di là di ogni giudizio nel merito del copioso materiale emerso (l’unica a potersi eventualmente lamentare è Nicole Minetti, che, a quanto pare, darà mandato ai propri legali di tutelare la propria immagine), restano intatti l’interesse pubblico a chiarire la vicenda (artt. 3 e 54 Cost.) e l’esercizio della libertà d’informazione (art. 21 Cost.). Valori essenziali che dovrebbero sostenere il lavoro di ogni giornale; tuttavia, solamente il Fatto Quotidiano ha informato i cittadini sul caso Minetti. Le altre testate hanno dovuto parlarne soltanto dopo dichiarazioni e note istituzionali emesse a seguito delle notizie date dal Fatto.
Parole come “campagna d’odio” non hanno nulla a che vedere con questa vicenda; evocano, invece, a mio parere tutt’altro: per esempio, la “macchina del fango” che colpì gratuitamente personaggi come Raimondo Mesiano e Dino Boffo, diffamati sulla base del nulla, dato che difettava totalmente l’interesse pubblico a conoscere gli aspetti di vita privata che vennero diffusi. Quelle sì che furono, parafrasando Calenda: “campagne indegne, senza alcuna attenzione per le vite private delle persone, che vengono disintegrate”. La differenza con l’inchiesta di Mackinson è abissale.
Infine, Calenda, evidentemente senza farci caso, finisce per criticare anche il Quirinale, che, dando credito all’inchiesta del Fatto, ha chiesto al ministro Nordio di fare gli opportuni approfondimenti supplementari. Ah, signor Presidente… Come le è venuto in mente di lasciarsi condizionare da una così becera “campagna d’odio”?