Parola d’ordine: minimizzare. Mentre ieri al Brennero sono cominciati i lavori di costruzione della barriera anti-immigrati con il conseguente profluvio di dichiarazioni allarmate sull’asse Roma-Vienna-Bruxelles, a Bolzano il presidente della provincia autonoma Arno Kompatscher dispensava cautela in un’atmosfera quasi irreale: “Recinzioni? No, management della zona di confine”. Quando gli si fa notare che il progetto prevede di “impacchettare” lo scalo ferroviario di frontiera con due recinti, lui replica calmo: “Le reti corrono parallele ai binari, mica fra i due Paesi”.

Non condividendo tanto ottimismo, Paolo Gentiloni e Angelino Alfano hanno inviato una lettera al commissario Ue Avramopoulos per chiedere se le misure austriache siano “compatibili con il trattato di Schengen”. Secondo i ministri, quella decisione non è “suffragata da elementi fattuali”. Ma Vienna si è limitata a bollare la reazione come “incomprensibile agitazione”. Ma la settimana scorsa quando il capo del Viminale a Roma incassava dalla sua omologa austriaca Johanna Mikl-Leitner la promessa di non chiudere il valico.

Mentre la diplomazia litiga, al Brennero, in un’area di sosta a pochi metri dal redivivo confine, procedono i lavori: una decina di operai austriaci circondati da una selva di telecamere smonta i cartelli stradali prima di iniziare lo smantellamento dell’immensa piazzola di fianco a un autogrill. Lì, secondo quanto annunciato dalla polizia tirolese, il traffico autostradale sarà incanalato per ripristinare i controlli e di fianco sorgerà la struttura destinata all’identificazione degli immigrati provenienti da Sud. La barriera sarà lunga 250 metri e sbarrerà anche la statale che corre parallela ad A22 e ferrovia.

In stazione il treno Verona-Monaco delle 18 sta cambiando motrice e nella sala d’aspetto sostano 3 ragazzi somali. “Andiamo in Germania dai nostri parenti”, dice l’unico maggiorenne. Non sa niente della stretta di Vienna sui migranti. “Oggi mi lasciano partire?”, chiede. Ma basta voltarsi a guardare le facce e le divise sul binario per capire che sì, oggi lui potrà partire. E tanto gli basta.

I flussi dall’Italia continuano inesorabili, anche se a ritmo meno sostenuto dello scorso anno. Associazioni di volontariato e autorità parlano di circa 20 immigrati al giorno. Vengono pizzicati dalle pattuglie italo-austro-tedesche che operano su convogli e fatti scendere a Bolzano o Brennero da cui, ben presto, riprenderanno il viaggio verso Nord.

Mentre il treno parte alla volta della Germania con a bordo i suoi profughi, le serrande della cittadina si abbassano. Rimane aperto solo il benzinaio con la fila di automobilisti italiani attirati dal prezzo. Si affaccia sulla statale, altra infrastruttura nel mirino di Vienna. In un prato antistante dovrebbe sorgere l’altra casamatta destinata al riconoscimento migranti. Il benzinaio taglia corto: “Sono già abituato alle code”.

C’è chi posteggia e va a fare la spesa al centro commerciale di fronte che ha l’entrata in Italia e l’uscita in Austria. Clienti e negozianti sono convinti che il Brennero non chiuderà perché Vienna non può abbandonare il “suo land oltreconfine”. Altri sono d’accordo con la decisione della “madrepatria”, ma si rammaricano di trovarsi “dalla parte sbagliata”. “Il rischio vero – sottolinea il consigliere provinciale dei Verdi Riccardo Dello Sbarba – è che la barriera possa far risorgere nella popolazione sudtirolese di lingua tedesca una spinta secessionista mai sopita”.

Intanto però bisogna attrezzarsi in modo che l’Alto Adige, con il previsto aumento degli sbarchi in Sicilia, non cominci a somigliare a Calais o Idomeni. Lo sa bene il governatore della Südtiroler Volkspartei che invita tutti a “preparare la logistica: luoghi di sosta e ristoro per i migranti”. Kompatscher sa che il problema non è il se, ma il quando.

Da Il Fatto Quotidiano del 13 aprile 2016