O concentrarsi o perire. La crisi morde e il mondo dell’editoria reagisce cercando alleanze. L’ultima in ordine di tempo – dopo l’acquisizione di Rcs libri da parte di Mondadori, dopo la fusione La Stampa-Repubblica – è l’offerta pubblica lanciata da Urbano Cairo, patron de La7 e azionista di Rcs, proprio per il gruppo di via Solferino. È davvero una questione di sopravvivenza? Lo abbiamo chiesto a Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, che non si tira indietro: “Cairo ha il vantaggio di essere un editore puro. Se dovesse andare in porto l’operazione, acquisirebbe la completezza della filiera, con i libri, i periodici, le tv e i quotidiani. Dunque una situazione virtuosa: è una vita che chiediamo editori puri. Rcs si ritroverebbe, per la prima volta dopo trent’anni, con un editore unico. E qui il risultato è un’incognita. Rcs è molto ingombrante per chi come asset principale ha la Cairo Communication: bisognerà vedere quale sarà il rapporto di forze tra l’editore nominale e chi è editore di fatto, nel caso l’operazione vada in porto, cioè chi detiene la maggior parte del credito. Ovvero Banca Intesa. Un conto è un editore, un conto sono due editori, di cui uno è una banca”.

Che editore è Cairo?
Non mi ha mai detto cosa fare, non mi ha mai chiesto nulla. Nulla. Detto questo, conosco anche gli altri protagonisti: era durata troppo a lungo la situazione di surplace, come nelle gare di ciclismo, in cui ciascuno aspetta il momento migliore per sorprendere l’avversario. Ora vediamo chi davvero vuole il Corriere. È un bene che una testata prestigiosa torni a essere appetibile. Che dire? Vinca il migliore.

La Federazione della stampa chiede un aggiornamento del quadro legislativo per tutelare l’autonomia delle redazioni e la libertà d’informazione.
Nelle ginnastiche sindacali di categoria abbiamo spesso scambiato i nostri posti di lavoro per la democrazia. Il problema a mio avviso non è né la tutela degli attuali posti di lavoro né la libertà d’informazione. Siamo arrivati a siti d’informazione in cui si fanno i titoli esca per guadagnare un clic. La questione di fondo è che i giornalisti di oggi sono per età media più vecchi rispetto a vent’anni fa, cioè sono sempre gli stessi. Una professione senza ricambio muore, la solidarietà generazionale è mancata tra i giornalisti, attenti alla tutela delle proprie prerogative fino all’indifferenza davanti ai cambiamenti. Fino a trattare come figli di un Dio minore, portacaffè, i pochi giovani che sono entrati nelle redazioni al gradino più basso, dove sono rimasti. Se non c’è solidarietà, anche dal punto di vista delle rinunce economiche – e lo dice chi pro quota potrebbe rinunciare a di più – il giornalismo muore per mano propria.

La crisi economica ha messo alla prova le produzioni intellettuali e ha toccato anche la pubblicità.
Il mondo dell’informazione ha vissuto quella che in Borsa si chiamerebbe una pesante correzione. Decretata non dagli editori o dai governi, ma da lettori e telespettatori. Il lettore ha scoperto che può fare a meno dell’edicola: tornare indietro sarà molto difficile. Il giornalismo è novecentesco: come le ideologie, come i partiti. C’è il terrore di perdere terreno, nessuno ha provato a parlare ai giovani. Dando contenuti giornalistici gratis sul web siamo diventati i più implacabili concorrenti di noi stessi.

Ferruccio de Bortoli, parlando di La Stampa-Repubblica ha detto: “Se l’avesse fatta Berlusconi avremmo avuto manifestazioni in piazza, lo sciopero delle firme, i post-it, gli appelli”.
Per Mondazzoli c’è stata una mobilitazione a mio parere molto superficiale. E lo sarebbe anche per La Stampa-Repubblica. C’è una lesione della libertà? Non riesco a vederla. La libertà nasce dai giornalisti, non dal padrone. Il problema è un altro: è ancora sostenibile un sistema in cui si tutelano tutte le singole identità editoriali? Quarant’anni fa, quando nasceva Repubblica, i giornali erano strutturati per aree ideologiche. Oggi, e non è un caso, parecchi parlamentari potrebbero stare indifferentemente da una parte o dall’altra. Negli anni del berlusconismo il conflitto d’interessi è stato evocato quotidianamente nella metà del ventennio in cui governava B, e non è mai stato affrontato e risolto quando la sinistra era al governo. La questione di principio era strumentale alla battaglia politica.

Renzi ha inaugurato una nuova modalità di comunicare che bypassa i media. Cosa ne pensa? E dell’insofferenza alle critiche?
Appena un premier si siede a Palazzo Chigi distingue i giornali tra corretti e ingrati, da sempre. Tutti sopravvalutano le voci contrarie, dando per scontate quelle favorevoli, comprese quelle che sfiorano l’elegia. Renzi è di nuova generazione: vede con realismo e malizia l’incapacità dei media essere tramite con l’opinione pubblica. Da sempre usa le scorciatoie: decide a chi rispondere, quando e come. L’attuale situazione editoriale – con i giornali ormai periferici – e politica, gli ha consentito di fare più parti in commedia. Ma ha parlato troppo e ora è in difficoltà. Non sarà sfuggito a Renzi che nella stessa settimana su Repubblica, sul Corriere, sul Fatto e sul Foglio sono usciti editoriali sul logoramento del premier. È sempre il Renzi che corre veloce, ma nel vuoto le parole d’ordine risultano in crescente distonia con la realtà.

Cosa pensa della riforma della Rai?
La riforma non sana i difetti precedenti, addirittura è peggiorativa perché sposta il controllo sull’esecutivo. Detto questo penso che Campo Dall’Orto, la Maggioni, Verdelli e tutti i direttori abbiano nelle loro mani la possibilità di far bene. Certo se metti alla direzione di un Tg un giornalista che faceva il portavoce di un ministro sai già cosa succederà. Aggiungo: a me va benissimo che il canone si paghi in bolletta. Ma prima devi decidere quanto entra alla Rai e per ricevere in cambio che cosa. Si è fatto il contrario.

Renzi però aveva detto: “Fuori i partiti dalla Rai”.
Il premier pensa che nessuno sia più legittimato del Parlamento a esercitare un controllo sulla cosa pubblica. Non crede che la politica debba fare un passo indietro: anzi pensa che si debba liberare dei suoi complessi e agire. Il giornalismo a sua volta dovrebbe essere liberato dalla politica, sapendo però che nelle storture ci abbiamo sguazzato. È stato bello far le vittime perché nelle situazioni in cui non ci sono oppressori ti tocca far bene il tuo mestiere. Cioè raccontare la realtà senza clichè preconfezionati.

Esempio di conformismo: nei servizi sui campi profughi ci sono mamme e bimbi malconci. In realtà gli immigrati in maggioranza sono maschi adulti e soli.
Non sappiamo raccontare i fenomeni perché ci mettiamo sempre i pregiudizi, il pietismo, il paternalismo. Poniamo un caso: in uno scambio tra Gasparri e Don Ciotti può darsi che abbia ragione Gasparri. Siamo pronti a questo? Il nostro giornalismo ha una matrice ideologica. I migliori tra noi sono sempre stati lontani dai condizionamenti. Ricordo una copertina dell’Espresso di Claudio Rinaldi ai tempi in cui arrivavano i profughi dall’Albania: ‘Malacarità’. Oggi i guardiani del politicamente corretto sono moltissimi.

da Il Fatto Quotidiano del 10 aprile 2016