Nel rugby la palla si passa sempre all’indietro, per avanzare fino alla meta. La nazionale italiana sembra aver dimenticato lo spirito del gioco: da anni il movimento azzurro è in una pericolosa fase di stallo, senza più riuscire ad andare avanti, col rischio di scivolare pericolosamente all’indietro. E i Mondiali di Inghilterra 2015 potrebbero certificare il fallimento di una generazione che sembrava d’oro e invece adesso è arrivata all’ultima occasione della carriera.

La Coppa del mondo è la manifestazione su cui si regolano cicli e bilanci di questo sport. Più che in qualsiasi altra disciplina, visto che nel rugby non esistono coppe continentali, e gli altri tornei (come il Sei o il Quattro Nazioni) hanno cadenza annuale. Il Mondiale invece si gioca ogni quattro anni e permette di misurare lo stato di un movimento. Quello italiano è vicino alla crisi. Gli azzurri arrivano alla rassegna iridata con il solito obiettivo: superare il girone e centrare la prima, storica qualificazione ai quarti di finale. Nel 2007 arrivammo ad un passo dal traguardo, perdendo lo scontro decisivo con la Scozia di appena due punti e sbagliando con Bortolussi il calcio di punizione della storia. Era la nazionale di Pierre Berbizier, che aveva fatto passi da gigante nel panorama mondiale. Fu l’ultima partita di un grande leader come Alessandro Troncon, alla cui ombra stavano crescendo tanti giovani promettenti. Sergio Parisse, oggi capitano, Martin Castrogiovanni, uno dei piloni più famosi al mondo, i fratelli Bergamasco, Canale, Ghiraldini. Una squadra che sembrava pronta al definitivo salto di qualità. Non è mai arrivato.

L’Italia oggi è una formazione senza certezze in reparti cruciali, come la mediana Allan-Gori con un’eta media inferiore ai 23 anni. Con una panchina molto corta. E con tanti senatori all’ultimo mondiale della carriera: Mauro Bergamasco lascerà subito dopo l’ultima partita; Castro, Parisse, Zanni, Masi sono tutti abbondantemente over 30. Bisogna aggrapparsi alla loro classe, e al loro orgoglio, per sperare che il torneo non si riveli il punto più basso della storia del rugby azzurro negli Anni Duemila. L’Italia non ha molto altro da gettare in campo. Non la serenità e la coesione del gruppo: a giugno il sindacato dei giocatori ha addirittura scioperato contro la Federazione, e i rapporti col tecnico Brunel (col contratto in scadenza e non riconfermato) sono molto tesi. Non la condizione fisica: perso Morisi, con Benvenuti e Garcia acciaccati, anche Parisse si è dovuto operare per drenare un ematoma al polpaccio e salterà l’esordio cruciale contro la Francia. Tantomeno la fiducia nei propri mezzi: la squadra viene da un pessimo Sei Nazioni, e nei test match di avvicinamento al Mondiale ha rimediato solo figuracce.

Il gruppo è duro, con Francia, Irlanda, Canada e Romania. Passano le prime due: quindi bisogna vincere contro gli irlandesi, campioni in carica del Sei Nazioni, impresa quasi proibitiva. Oppure contro i cugini transalpini, battuti spesso negli ultimi anni, ma che lo scorso marzo ci hanno umiliato a domicilio e paiono comunque più forti. La Francia pure ha i suoi problemi, l’esordio di sabato a Twickenham (ore 21 italiane) sarà praticamente uno spareggio. Da giocare senza Parisse, insostituibile dal punto di vista tecnico e psicologico. In caso di sconfitta, meglio guardarsi alle spalle da Canada e Romania, Paesi in crescita negli ultimi tempi, con più “fame” dei nostri e sempre più vicini nel ranking (rispettivamente 17esimi e 18esimi, mentre gli azzurri sono scivolati al 14esimo posto). Anche la terza piazza nel girone è preziosa, perché dà diritto a partecipare automaticamente alla prossima edizione del 2019 in Giappone, senza passare dall’umiliante trafila delle qualificazioni in campi di periferia del continente. Ci è successo solo una volta: nel 2003, dopo l’ultimo posto ai Mondiali del 1999 che si giocavano nel Regno Unito. Corsi e ricorsi che fanno paura, come il futuro di tutto il movimento arrivato alla fine di un ciclo che rischia di chiudersi nel peggiore dei modi. Il sogno resta entrare per la prima volta nelle migliori otto del mondo. Ma l’impressione è che oggi l’Italia del rugby valga molto meno.

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