Ha apparecchiato tutto alla perfezione, di nuovo. Questa volta vincendo ancor prima di giocare davvero. Antonio Conte lascia la Nazionale: dalla prossima stagione allenerà il Chelsea. È il suo esame di laurea e lo sosterrà a prescindere dal risultato dell’Europeo. Trionfo, dei comodi quarti di finale o flop, il c.t. saluterà al termine dell’avventura francese per entrare a Stamford Bridge. “Sento l’esigenza di tornare ad allenare tutti i giorni”, ha scritto sui social. Da quando firmò il contratto con la Figc quell’istinto è cresciuto di giorno in giorno, rimpolpato dagli stage – promessi, ma mai ottenuti – e dalla mancanza di collaborazione dei suoi colleghi impegnati sulle panchine dei club. Ringraziare e salutare se non ha ottenuto tutto quel che aveva richiesto è una peculiarità di Conte. Era già accaduto a Bari, dove fuggì dopo aver vinto la Serie B. I sogni di grandezza hanno pesato anche nell’addio alla Juventus: preso per avviare un ciclo, dopo aver vinto tutto in Italia e fatto cilecca in Champions, sfornò la metafora del ristorante da 10 euro per mettere tutti sull’attenti. Ignorato e in cerca di nuovi stimoli, ha detto ‘ciao’.

Ed eccolo, era l’agosto 2014, sulla panchina della Nazionale. Firma un contratto pesante, sostenuto dalla Puma, come si addice a un grande tecnico. Tra molti alti e qualche basso rivitalizza un gruppo fiaccato dal disastro mondiale. Si qualifica all’Europeo senza troppi affanni, anche grazie a un regolamento che ha allargato il numero delle squadre partecipanti. Non risparmia frasi al vetriolo, prova a smuovere le acque per rianimare una Nazionale da sempre in fondo alle preoccupazioni dei club italiani. Vuole gli stage, chiede di anticipare la finale della Coppa Italia così da avere una settimana in più per preparare la campagna di Francia. Risposte positive ottenute: zero. Silenzi e rifiuti velocizzano la crescente voglia di allenare tutti i giorni.

Negli occhi di tifosi e presidenti ha lasciato il ricordo di una Juventus capace di cannibalizzare il campionato, crescendo di stagione in stagione nonostante l’assenza di top player. Ha fatto sbocciare Paul Pogba, ha rivitalizzato Andrea Pirlo, ha ridato identità e mentalità ai bianconeri. È andato a nozze con fichi (economicamente) secchi, almeno rispetto agli alberi della cuccagna di Pep Guardiola, Carlo Ancelotti e José Mourinho. La finale di Europa League mancata? Sfortuna, come l’eliminazione in Turchia dalla Champions League. Il cliente che con dieci euro non può sedersi in un ristorante dove se ne pagano cento? Frase a effetto, sostanzialmente vera, ma smentita dalla finale di Berlino. Tenendo botta in campionato, la Juventus ci è arrivata senza grosse novità tecniche, con un impianto di gioco già collaudato (grandi meriti di Conte) ma probabilmente anche con il desiderio di un gruppo che voleva dimostrare di valere un po’ più di dieci euro. E più sciolto anche perché libero dalla pressione militare del tecnico leccese. Era finita così anche a Bari, dove Giampiero Ventura lo sostituì dopo l’addio del 23 giugno 2009 causato da un mercato insoddisfacente. L’attuale allenatore del Torino trasformò gli uomini non altezza dei sogni di Conte in una squadra divertente, capace di chiudere al decimo posto con appena cinque punti di ritardo dalle coppe europee.

Date a Conte quel che vuole Conte, altrimenti lui guarderà altrove. La tattica ha finora pagato. Anche dal biennio azzurro non poteva pretendere nulla di più. Panchina prestigiosa, soldi in abbondanza e pure il tempo libero per studiare l’inglese, salto in avanti necessario per bussare alle porte europee. Che, puntuali, si sono aperte. Stamford Bridge lo attende, Abramovich ha cento e più euro da investire sul mercato e il Chelsea, incappato in una stagione disastrosa, cerca qualcuno che ricostruisca. Conte non poteva immaginare posto migliore per ricominciare a strigliare e inculcare i suoi metodi quotidianamente. Sfiderà Pep Guardiola, Jurgen Klopp e José Mourinho nel ristorante più lussuoso dove poter esercitare tattica e dialettica. Ha apparecchiato nei minimi dettagli il suo sbarco: ha dato tanto, preso il meglio, dribblato o camuffato le difficoltà. Lo stratega si è seduto dove voleva. Adesso lotterà ad armi pari in Premier e in Europa, se il Chelsea ci sarà. L’esame di laurea perfetto per un tecnico che mescola bravura, scaltrezza e ambizione. L’Inghilterra dirà in quali percentuali.

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