“Chiudiamo tutte le rotte, compresa quella balcanica”. “L’unica soluzione per proteggere Schengen è la chiusura ermetica di tutte le frontiere”. E’ “chiusura” la parola che più risuona nelle dichiarazioni dei leader nordeuropei all’inizio del vertice tra 28 capi di Stato e di governo che compongono il Consiglio Europeo e Ahmet Davutoglu, il primo ministro turco. L’obiettivo è il raggiungimento di un accordo sulla gestione della crisi dei migranti, mentre sono ancora migliaia i migranti bloccati al confine tra Grecia e Macedonia. In realtà, oltre alle parole dei rappresentanti di Austria e Belgio, all’inizio dell’incontro a tenere banco erano le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times: “All’ultimo minuto la Turchia ha avanzato richieste politiche e di ulteriori finanziamenti, oltre ai tre miliardi già previsti, che minacciano di far deragliare l’accordo Ue-Turchia per ridurre il flusso dei migranti verso l’Europa”.

Conferme sulle nuove richieste di Ankara arrivano da ambienti diplomatici: il vertice Ue-Turchia è stato prolungato, in modo che Davutoglu possa presentare “nuove idee” e nuove richieste, che vanno oltre gli impegni di Ankara per fermare il flusso di migranti, dichiarato un funzionario dell’Unione europea. “Stanno offrendo di più e chiedendo di più”, ha dichiarato dopo la prima sessione di lavoro. Ha precisato che Davutoglu prenderà parte a una cena di lavoro con i 28 leader europei e che il vertice proseguirà in serata per trovare un accordo sulle nuove proposte.

Quali? Ankara chiede 3 miliardi aggiuntivi nel 2018 per i profughi oltre ai 3 già concordati, conferma il presidente del Parlamento Ue Martin Schulz, una immediata velocizzazione del processo di adesione all’Ue e delle tempistiche d’accesso alla zona Schengen per chi possiede visto turco. In cambio, Ankara si dice disponibile a riprendersi tutti i migranti che hanno raggiunto le isole greche, inclusi quelli siriani, e in cambio l’Europa dovrebbe farsi carico di altrettanti profughi registrati nei campi profughi turchi. Ma di ricollocamenti l’Ungheria non vuole sentir parlare: il premier Viktor Orban ha posto il veto, ha fatto sapere il portavoce del governo di Budapest Zoltan Kovacs su Twitter.

Una richiesta, quella dei 6 miliardi, avanzata da Erdogan già a novembre, minacciò l’Europa durante le trattative per l’accordo sui migranti, concluso a fine novembre tra Ankara e Bruxelles., durante le quali il presidente turco chiese 3 miliardi di euro all’anno per due anni invece di 3 miliardi per un biennio. Altrimenti, “possiamo aprire le porte verso la Grecia e la Bulgaria in qualsiasi momento e mettere i rifugiati sugli autobus”, aveva detto Erdogan ai presidenti della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, e del Consiglio Ue, Donald Tusk.

Una strategia attuata da Ankara per ottenere almeno, e subito, i tre miliardi già concordati con Bruxelles. Oggi il capo dello Stato turco è tornato a battere cassa. “La Turchia ha salvato quasi 100mila rifugiati nel Mediterraneo” orientale ma “l’Ue deve ancora darci i 3 miliardi di euro promessi quattro mesi fa”, ha detto oggi il presidente turco, aggiungendo di augurarsi che Davutoglu torni da Bruxelles con i fondi promessi e accusando ancora una volta i Paesi occidentali di indifferenza nei confronti del “dramma di bambini e donne che muoiono in mare”, dei “massacri del regime di Bashar al Assad” e dei “turcommani, degli arabi e dei nostri fratelli che si trovano sotto i bombardamenti russi” in Siria.

Matteo Renzi, come già in passato, fa resistenza: “Senza un chiaro riferimento alla difesa della libertà di stampa nelle conclusioni del summit, l’Italia non firmerà alcun accordo con la Turchia”, è il veto che, secondo quanto riferito da fonti europee, il premier minaccia di porre, in riferimento al recente commissariamento del giornale d’opposizione Zaman da parte del governo.

Il cortocircuito tra le richieste turche e i propositi dei paesi della rotta balcanica emergono fin dalle dichiarazioni della vigilia. “Sono favorevole a dire parole chiare: chiuderemo tutte le rotte, anche quella Balcanica“, ha detto il cancelliere austriaco Werner Faymann: “Dobbiamo dire alla gente e ai trafficanti che non c’è nessuna strada aperta verso l’Europa occidentale” “I trafficanti non devono avere alcuna opportunità”. E ancora: “Più chiaramente saremo contro, tanto meglio”. Alla Germania il compito di non far sfumare l’accordo prima ancora di discuterlo. Così la portavoce di Angela Merkel, Christiane Wirtz ha ricordato che i colloqui a Bruxelles sono appena iniziati e bisognerà attendere la loro conclusione. E ha smentito (almeno in parte) la risolutezza austriaca: “La chiusura della rotta balcanica è al momento una speculazione“.

Che la posizione della mediazione sia minoritaria lo si capisce dalle dichiarazioni del premier del Belgio: “L’unica soluzione per proteggere Schengen e il progetto europeo è la chiusura ermetica delle frontiere esterne Ue ai flussi irregolari e non controllati di migranti”, ha detto Charles Michel, che ha esplicitato una certa diffidenza rispetto al governo di Ankara: “Non dobbiamo essere ingenui nei confronti della Turchia, dobbiamo difendere gli interessi europei con franchezza e senza tabù e su questo oggi mi aspetto un segnale chiaro”.

Una posizione espressa in modo ancora più netto dal leader di ultradestra ungherese Viktor Orban: “Non ci possono essere discussioni su reinsediamenti diretti dalla Turchia all’Europa, sicuramente non in Ungheria. Consideriamo che il reinsediamento in Europa sia un errore se prendiamo i migranti direttamente da Grecia o Turchia è un invito alle danze. Si getta benzina sul fuoco. Poi ne verranno anche di più”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la Polonia. “La questione dei migranti dev’essere risolta dove nasce – ha detto il ministro degli Esteri polacco, Witold Waszczykowski, a margine di un incontro con il ministro Paolo Gentiloni alla Farnesina – la Polonia non può essere la patria delle ricollocazioni obbligatorie, non abbiamo abbastanza lavoro per accogliere i migranti. Ci sono Paesi che possono garantire condizioni sociali molto migliori”, ha detto ancora il capo della diplomazia polacca affrontando il nodo delle quote che l’Unione europea vorrebbe imporre ai Paesi membri in proporzione al numero di abitanti.