Da una parte i conti, ancora pesantemente in rosso. Dall’altra il rischio di mancare i risultati sportivi attesi, necessari per mitigare le perdite e cercare il rilancio. Tra l’incudine e il martello, Erick Thohir pensa a una via di fuga. Magari un socio, probabilmente qualcosa in più: qualcuno che si prenda la maggioranza dell’Inter. E se la ricerca di un partner nell’avventura nerazzurra era un fatto noto, il mandato a Goldman Sachs per trovare un acquirente è una novità assoluta che fotografa nitidamente le difficoltà incontrate negli ultimi due anni e mezzo nell’azione di rilancio della società. Oltre a squarciare il velo su una situazione economica ballerina che conosce una sola via per cercare una stabilizzazione: acciuffare il terzo posto e tornare in Champions League, garantendosi introiti certi che tamponerebbero un rosso stimato attorno ai 50 milioni alla fine di questo esercizio. Di molto inferiore rispetto ai 140 del precedente bilancio, ma comunque troppi per i piani di Thohir e per l’Uefa.

Ecco allora l’ipotesi della vendita, smentita dal club. L’uomo che nel 2013 rilevò l’Inter dalle mani di Massimo Moratti non fa mistero di ricercare un partner. Ma chi metterebbe cash in un club indebitato come quello nerazzurro – 417 milioni tra banche, prestiti di Thohir, fornitori e altri club – e  incapace di arrivare al pareggio di bilancio, senza oltretutto contare nulla? Questo l’ostacolo maggiore che avrebbe spinto Thohir a pensare a un’uscita di scena. I risultati – di bilancio e sportivi – non corrispondono agli investimenti fatti finora: 75 milioni per prendersi la società, 108 di prestiti fruttiferi a tassi tra l’8 e il 9 per cento e un aumento di capitale per garantire liquidità, seguito da altri 30 milioni da deliberare oggi nel corso del cda, cui seguirà un’assemblea plenaria con i dipendenti. Un’iniezione di denaro alla quale Massimo Moratti non parteciperà, vedendo scendere il suo 28.5% di quote.

L’Inter ha da una parte la necessità di far cassa per accantonare i 184 milioni da restituire a Goldman Sachs e Unicredit che hanno finanziato la ristrutturazione del debito ereditato dalla gestione Moratti. Dall’altra non riesce ad aumentare i ricavi. Detto della Champions, la difficoltà maggiore riguarda la ricerca degli sponsor nonostante la presenza di Infront garantisca 17 milioni all’anno. Anche il contratto con Pirelli si è ristretto: il rinnovo prevede tra i 9 e 13 milioni di euro a stagione, meno del precedente. E la mancanza di uno stadio di proprietà non fa che peggiore il quadro.

Dopo due anni e mezzo, Thohir si è reso conto che il suo percorso per portare l’Inter a uno stato di autosufficienza economica stenta a decollare. La Serie A non è la Premier, i nerazzurri non sono il Manchester United. E lui non è uno sceicco. A nulla è servita anche la girandola di dirigenti di alto profilo, ma spesso slegati dal mondo calcistico, portati in società. Anzi, in alcuni casi professionisti abituati a lavorare in contesti ‘perfetti’ hanno avuto difficoltà a capire la realtà italiana e interista. Come quel manager che entrato a San Siro lo immaginava già fasciato di nerazzurro e con i volti dei grandi campioni che hanno vestito la maglia della Beneamata, ma che non aveva fatto i conti con uno stadio da condividere con il Milan.

Ecco allora che all’orizzonte si sentono sirene cinesi. La più chiacchierata è ChemCina, che controlla Pirelli. Thohir ha anche incontrato gli uomini di Wanda, il colosso che ha investito nell’Atletico Madrid e ha comprato Infront. Si guarda a Oriente, insomma. Ma trovare partner o cedere l’Inter in questo momento resta un’operazione complicata. La qualificazione alla Champions potrebbe essere un volano e garantirebbe serenità nei prossimi mesi: introiti sicuri, buoni per evitare di dover cedere big e utili per coprire i “pagherò” grazie ai quali il club ha fatto mercato la scorsa estate. Altrimenti i problemi aumenteranno. Thohir lo sa. E non vuole farsi trovare impreparato.