Ma quali due giorni. Per portare a casa il ddl sulle unioni civili ci vorrebbero “circa 166 giornate lavorative di 8 ore ciascuna”. Parola di Monica Cirinnà, la senatrice del Pd che ha dato il nome all’omonimo disegno di legge (ddl) in discussione a Palazzo Madama e al centro di roventi polemiche. Peccato però che a smentirla siano addirittura i funzionari del Senato. Che, interpellati da ilfattoquotidiano.it, spiegano come la partita sul provvedimento si potrebbe chiudere, in realtà, in 4 o 5 sedute. L’equivalente di 3 giorni di lavoro.

MONICA DIXIT Andiamo con ordine. Oggi, la parlamentare del Partito democratico è intervenuta con un lungo post su Facebook dall’incipit eloquente: “In questi due giorni si sono lette ed ascoltate molte affermazioni che lasciano interdetti”. Tra queste, quelle di chi, nei giorni scorsi aveva sostenuto che sarebbero bastati due giorni per votare tutti gli emendamenti presentati al suo ddl. “E chi lo afferma mente sapendo di mentire”, ha scritto categorica la Cirinnà. Innanzitutto “per le condizioni in cui lavora l’Aula: senza relatore, senza pareri del governo e, soprattutto, senza possibilità di contingentamento dei tempi, (massimo 2 minuti a intervento) e previsti solo per i decreti legislativi del governo, (non per un disegno di legge come quello per le Unioni civili in discussione)”, ha spiegato. “Stando così le cose, per ogni emendamento al ddl, ogni gruppo potrebbe parlare 10 minuti. Siccome in Parlamento ci sono 10 gruppi, il calcolo del tempo di discussione necessario per gli 800 emendamenti sarebbe di 1.333 ore”, ha tirato le somme indicando la relativa formula matematica (10 minuti per 10 gruppi per 800 emendamenti diviso 60). Che dà come risultato, appunto, 166 giornate lavorative di 8 ore. “Un anno di lavoro medio, se l’aula si riunisse tutti i giorni lavorativi occupandosi solo di questo ddl – ha aggiunto –. Dato che potrebbe ridursi a 56 giorni, circa 2 mesi, ma il Senato dovrebbe riunirsi in seduta permanente notte e giorno senza mai pause, nemmeno per mangiare o dormire”. 

SETTIMANA CALDA Ma le cose non stanno così. E a smentire la Cirinnà, come detto, sono proprio i funzionari del Senato. Dopo che la Lega Nord ha ritirato il grosso dei suoi 5.000 emendamenti, sostengono, ne sono sopravvissuti 1.200, calcolando nel totale quelli presentati da tutti i gruppi parlamentari. Il fascicolo è arrivato stamattina sulla scrivania del presidente del Senato, Pietro Grasso che ha passato la giornata a studiarlo. Eliminati gli emendamenti  inammissibili, gli estranei per materia e gli accorpabili, ne restano da votare circa 500. “Un numero che rientra nella normale dialettica parlamentare – spiegano a Palazzo Madama –. Quattro sedute, cinque al massimo se ci fosse un po’ di ostruzionismo, bastano per esaurire le votazioni”. E dal momento che al Senato è prevista la doppia seduta (mattina e pomeriggio), sarebbero dunque sufficienti tre giorni di lavoro. “Anche perché”, al contrario di quello che ha scritto la Cirinnà, “si possono contingentare i tempi – spiegano ancora i tecnici. Per farlo basta una capigruppo e deciderlo: è già successo con le riforme costituzionali, si può fare anche sulle unioni civili”. Ulteriore smentita al ragionamento della Cirinnà che, nel suo post, ha scritto esattamente il contrario: “Senza possibilità di contingentamento dei tempi”. Insomma, se si cominciasse a votare mercoledì, proseguendo il giovedì e il venerdì, la partita si potrebbe chiudere già entro la prossima settimana. O, al massimo, all’inizio della successiva se si decidesse di non convocare l’aula di venerdì.

LEZIONI DI REGOLAMENTO Ma oltre a quelle dei tecnici, piovono sulla Cirinnà anche le smentite dei politici. Già questa mattina, il capogruppo di Forza Italia, Paolo Romani aveva dichiarato a ilfattoquotidiano.it che, per votare tutti gli emendamenti rimasti al ddl Cirinnà, “ci avremmo impiegato due giorni al massimo. Non andando csì lontano dalle previsioni dei tecnici del Senato. “Anche perché nessuno di noi si sarebbe messo a fare ostruzionismo”, aveva aggiunto il presidente dei senatori azzurri. Che, dopo il post su Facebook della senatrice dem, torna di nuovo sull’argomento. “Ma la Cirinnà lo frequenta ogni tanto il Parlamento? Quando dico in due giorni, per esperienza, senza atteggiamenti ostruzionistici vuol dire che ogni gruppo non parlerà, ovviamente, per 10 minuti per ogni emendamento – ribadisce Romani –. Peraltro, l’esperienza di 22 anni di attività parlamentare mi dicono che si può fare”. Ostruzionismo che, al contrario, prosegue il senatore di FI, si innescherebbe di sicuro “se il Pd insistesse a proporre canguri o cangurelli spacchettati”. E per finire, un’altra stoccata alla collega del Partito democratico. “A noi interessa fare un dibattito che il Paese comprenda su alcuni temi, a cominciare dalla stepchild adoption – conclude Romani –. Richiesta di fronte alla quale la senatrice Cirinnà risponde, provocandoci, con le formule matematiche”. Anche il vice presidente del Senato in quota Lega Nord, Roberto Calderoli, notoriamente esperto di regolamenti parlamentari, rimbrotta la collega del Pd. “Innanzitutto gli emendamenti sono 1.200 e non 800, poi ci sarà da vedere quanti saranno dichiarati inammissibili (la risposta è arrivata successivamente: circa 500, ndr) – spiega –. Inoltre, l’eventuale contingentamento dei tempi non è subordinato, come sostiene la Cirinnà, all’iniziativa governativa: basta richiederlo nella prima conferenza dei capigruppo utile”. Poi la strigliata finale. “La collega sbaglia: forse al Comune di Roma le cose funzionano come dice lei – ironizza Calderoli –. La verità è che il ddl non è stato contingentato non perché non si può fare ma perché non hanno trovato un accordo in casa loro: è il Pd il vero responsabile dell’allungamento dei tempi”.

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