Il direttore del dipartimento investigativo di Giza che ha svolto le indagini preliminari sulla morte di Giulio Regeni ha avuto una precedente condanna per aver torturato un uomo a morte e per aver falsificato dei verbali di polizia. A denunciarlo sono diversi attivisti e il giornalista di Al Masry Al Youm Ahmed Ragab. Alcuni documenti apparsi su diversi siti di organizzazioni contro le torture in carcere, tra cui il Nadeem Center, dimostrano che il generale maggiore Khaled Shalaby è stato condannato a un anno di carcere dal tribunale criminale di Alessandria. “Nel 1999 – dice Ragab a IlFattoQuotidiano.it – Shalaby era al dipartimento investigativo di Montazah ad Alessandria”.

La Corte di Cassazione nel 2003 ha confermato che l’uomo ha torturato a morte Shawqy Abdel Aal assieme a due poliziotti e poi ha falsificato i verbali. La pena di un anno è stata però sospesa, Shalaby è rimasto in servizio e dopo tre anni di “buona condotta” nel 2015 è stato promosso e assegnato a capo del dipartimento investigativo di Giza. Il giorno dopo il ritrovamento di Regeni, il generale aveva dichiarato che il giovane ricercatore italiano era morto a causa di “un incidente stradale e che non c’era nessuna prova di un atto criminale”.

Il Ministro degli Interni, Magdy Abdel Ghaffar, lunedì scorso aveva escluso qualsiasi coinvolgimento delle forze di sicurezza nel caso Regeni. “Sono turbato dalla copertura fatta da alcuni media che stanno arrivando a conclusioni troppo affrettate”, aveva affermato in una conferenza stampa. “Nessuno di noi è coinvolto e la notizia della scomparsa ci è giunta solo il 27 gennaio”.

Intanto continuano le denunce sulle stazioni di polizia e le carceri in cui sono avvenuti diversi episodi di tortura. Una degli ultimi report arriva dall’EIPR (Egyptian Iniziative for Personal Rights). Il 3 febbraio la famiglia di Adel Abd al-Samì ha denunciato che l’uomo è stato torturato a morte nella stazione di polizia di Matareya il 22 ottobre scorso. Il corpo, secondo quanto riportato da EIPR, ha diverse ferite e bruciature sulle sue braccia.

La stazione di Matareya, quartiere periferico del Cairo con una forte presenza di sostenitori dei Fratelli Musulmani, è diventata una delle stazioni pericolo con 14 morti in custodia negli ultimi due anni, 6 nel 2014 e 8 nel 2015. Una delle principali ragioni per cui queste torture continuano a essere commesse è la carenza di trasparenza nelle strutture detentive”, dice l’EIPR in un comunicato. “I magistrati non effettuano i dovuti controlli e i detenuti non possono denunciare i soprusi e le organizzazioni indipendenti non possono accedere alle carceri. In questo momento la polizia si sente al di sopra della legge ed è consapevole che lo stato li proteggerà da qualsiasi inchiesta”.

Sulla vicenda e la scarsa trasparenza delle autorità egiziane in materia ha preso posizione anche il New York Times: “La verità è che è ora che tutti gli alleati dell’Egitto, inclusi gli Stati Uniti, chiariscano” al presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi “che gli abusi che ha incoraggiato non possono essere più tollerati”, afferma il quotidiano newyorkese in un editoriale dal titolo “Indignazione per la morte di uno studente italiano in Egitto”.  “L’Italia ha inviato una squadra di investigatori in Egitto per assistere nelle indagini sulla morte di Regeni. Il governo egiziano deve assicurare una piena e trasparente cooperazionè”, sottolinea il Nyt, precisando che “sotto il governo Sisi migliaia di egiziani sono stati catturati. Torture e sparizione sono la normalità. Accademici, attivisti per i diritti umani e giornalisti sono stati presi soprattutto di mira”.

Le indagini, intanto, proseguono. Gennaro Gervasio, docente all’ università britannica del Cairo e l’ultima persona a parlare al telefono con Regeni, è stato sentito per circa tre ore in procura, a Roma, dal pm Sergio Colaiocco, titolare dell’inchiesta. Gervasio è la persona che la sera del 25 gennaio aveva un appuntamento alle 20 con il ricercatore per andare a cena, appuntamento al quale il giovane non è mai arrivato. Il docente universitario è anche lo stesso che diede l’allarme sulla scomparsa di Regeni. L’audizione di Gervasio si è tenuta alla presenza di due carabinieri del Ros. Lasciando piazzale Clodio, Gervasio, che per Regeni è stato una sorta di “tutor”, non ha rilasciato dichiarazioni.

Tre ricercatori universitari colleghi di Regeni hanno riferito al pm che il giovane fu fotografato da uno sconosciuto l’11 dicembre scorso in un’assemblea di un sindacato indipendente egiziano e questo fatto lo aveva impaurito. La pista seguita ora dagli inquirenti è che il delitto possa essere legato all’articolo scritto dal giovane, con un pseudonimo, il 14 gennaio successivo e pubblicato su Nena News, in cui riferiva anche di quella assemblea.

I tre ricercatori sentiti oggi lavorano presso l’American University del Cairo, la stessa in cui Regeni era impegnato in studi sulla situazione socio- economica dell’Egitto alla luce dei cambiamenti avvenuti dopo la cosiddetta Primavera Araba. I tre testimoni, a loro volta impauriti e rientrati in tutta fretta in Italia dopo la morte del loro amico-collega, hanno ricostruito il quadro di relazioni ed il contesto ambientale in cui lavorava e viveva Regeni.

Parlando dell’episodio della foto scattata al friulano, probabilmente unico occidentale presente all’assemblea, da un soggetto definito dal ricercatore fuori dal contesto della riunione sindacale, i tre ricercatori hanno aggiunto che quella circostanza lo aveva scosso, anche se, dopo il rientro al Cairo successivo alle vacanze natalizie, sembrava meno preoccupato. Gli stessi testimoni hanno anche aggiunto di non aver mai avuto la sensazione di trovarsi, nonostante il clima teso che regna al Cairo, in situazione di pericolo. Oggi, intanto, la delegazione di investigatori italiani inviati nella capitale egiziana ha svolto un sopralluogo, insieme con gli omologhi del Cairo, dove è stato trovato il cadavere di Regeni.