Lo Stato Islamico torna a colpire, questa volta a Damasco, in Siria, in un quartiere sciita già preso di mira un anno fa dai terroristi sunniti del Fronte Al Nusra. Tre esplosioni, provocate da un’autobomba e due kamikaze, hanno scosso la capitale siriana mentre a Ginevra sono in corso i difficilissimi negoziati di pace sotto l’egida dell’Onu: il bilancio del massacro è di 71 morti e oltre 100 feriti. Ma il numero delle vittime potrebbe salire ancora.

Gli attentati sono avvenuti vicino al mausoleo di Sayyida Zeinab, a sud della capitale. In base alle ricostruzioni, un’autobomba è stata fatta esplodere nei pressi di una stazione dell’autobus, nel quartiere di Koua Sudan. Quando alcune persone si sono avvicinate per soccorrere i feriti, due kamikaze si sono fatti saltare in aria. Le esplosioni sono state talmente forti da provocare anche un piccolo cratere: le immagini della tv di Stato hanno mostrato diversi edifici danneggiati e auto carbonizzate nella zona.

Poco tempo dopo gli attentati, i più gravi attacchi a un luogo di culto sciita in Siria, è arrivata la rivendicazione dell’Isis: “Due soldati del califfato hanno condotto un’azione da martiri nella tana degli infedeli nella zona di Sayyida Zeinab, uccidendo 50 persone e ferendone 120”, è stato il messaggio.

Il mausoleo sciita è il luogo di sepoltura della nipote del profeta Maometto ed è meta di pellegrinaggio per gli sciiti da Iran, Iraq, dai Paesi del Golfo e del Libano. Il sito è già stato preso di mira in passato: nel febbraio 2015 un attacco suicida a un posto di blocco vicino al mausoleo causò la morte di 4 persone e il ferimento di altre 13. Nello stesso mese venne attaccato anche un autobus di pellegrini libanesi diretto alla moschea, in un attentato rivendicato dal Fronte Al Nusra, braccio siriano di Al Qaeda, e costato la vita a 9 persone. Il santuario è stato teatro di diversi scontri nei primi anni dall’inizio della guerra in Siria, ma da allora è stato posto in sicurezza dalle milizie sciite di Hezbollah e dall’esercito siriano, che hanno creato posti di blocco intorno per proteggerlo ed evitare ai veicoli di avvicinarsi.

Ginevra, ora sono a rischio i colloqui di pace – Gli attentati hanno colpito Damasco mentre a Ginevra le Nazioni Unite stanno faticosamente cercando di far partire una terza tornata di colloqui, dopo le due fallite nel 2014. Il capo della delegazione del governo, Bashar Jaafari, ha dichiarato che l’attentato dimostra il legame tra l’opposizione e i terroristi. I colloqui indiretti tra i rappresentanti del regime e dell’opposizione ancora non sono iniziati, mentre entrambe le parti hanno messo in dubbio che possano davvero prendere il via, dopo giorni di ritardi e a causa delle radicate sfiducia e divergenze.

Jaafari ha accusato la delegazione dell’opposizione di mancanza di serietà e di essere legato alle violenze sul campo, e ha detto che Damasco non accetterà “alcuna precondizione”. La sua è una sorta di risposta all’opposizione – di cui fanno parte gruppi armati ribelli -, la quale chiede che alcune condizioni siano realizzate prima che si intavoli un dialogo, come segno di buona volontà. Tra esse, che il regime consenta l’accesso degli aiuti umanitari nelle aree assediate, metta fine ai bombardamenti sulle zone civili e liberi i detenuti politici, soprattutto donne e bambini. Altrimenti, l’opposizione minaccia di lasciare Ginevra.

In risposta, Jaafari ha sottolineato che il governo pensa a corridoi umanitari, cessate il fuoco e scarcerazioni, ma ha lasciato intendere che questi potrebbero essere la conseguenza e non la premessa dei negoziati. Sabato, intanto, Mohamed Alloush, negoziatore del gruppo ribelle Jaish al-Islam (Esercito dell’Islam), ha annunciato a Reuters la propria partenza per Ginevra, intenzionato a “dimostrare” che le autorità siriane non vogliono alcuna soluzione politica. Damasco e l’alleata Russia considerano Jaish al-Islam un gruppo terroristico, quindi non lo ritengono un interlocutore.

Già il Comitato supremo per i negoziati che rappresenta l’opposizione era arrivato in Svizzera con ritardo, dopo che venerdì aveva detto che non avrebbe preso parte ai colloqui, iniziati dunque con i soli delegati del regime. Ma, dopo le pressioni di Usa e altri, i rappresentati del Comitato sono arrivati ieri in Svizzera.

Esortazioni perché i colloqui proseguano nonostante le diversità di posizioni e l’attentato di Damasco sono arrivate da più parti. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha spinto ad andare avanti sottolineando che “non esiste soluzione militare al conflitto”. Analogo l’appello dell’alta rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, secondo cui l’attentato di Damasco voleva impedire i negoziati, “probabilmente l’unica opportunità di mettere fine al conflitto”. Anche il segretario generale Onu, Ban Ki-moon, ha lanciato un accorato appello: “Chiedo a tutte le parti di mettere il popolo siriano nel cuore delle discussioni e sopra gli interessi di parte”.

Kerry ha avuto anche un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in vista della riunione della coalizione anti-Isis che si terrà martedì alla Farnesina, il cosiddetto ‘Small Group’ dei Paesi maggiormente impegnati nel contrasto a Daesh. Sabato era trapelata la lettera con la quale il Pentagono ha chiesto a diversi alleati, Roma compresa, di fare di più nella lotta allo Stato Islamico: nel nostro caso di considerare la possibilità di raid contro i jihadisti in Iraq.

E mentre in un nuovo video un militante dell’Isis, in apparenza un francese con i capelli biondi, minaccia nuovi attentati in Occidente, da Parigi il ministro della Difesa francese lancia l’allarme sul “grande rischio” di infiltrazione di terroristi tra i migranti che sbarcano a Lampedusa. Jean-Yves Le Drian si è detto infatti particolarmente preoccupato per la situazione in Libia, dove il governo di unità stenta a decollare e Daesh si sta rafforzando: “Sono lì, a 300 km dalla costa europea, e si stanno espandendo”.