Matteo Renzi le para tutte e i verdiniani almeno a questo giro c’entrano fino a un certo punto. Sul caso Boschi e Banca Etruria anche le mozioni di sfiducia presentate al Senato contro il governo – una del centrodestra e una del M5s – finiscono nel tritatutto, così come era avvenuto con quella individuale alla Camera, a dicembre. L’attenzione era rivolta ai voti in arrivo dai gruppi esterni alla maggioranza. Secondo i primi calcoli sono stati 18: 16 dal gruppo Ala di Denis Verdini, 2 dalle senatrici di Fare (il gruppo di ex leghiste che fa capo a Flavio Tosi). E’ vero che togliendo quei 18 la maggioranza sarebbe andata sotto i 161, quota della maggioranza assoluta. Ma è anche vero che hanno disertato il voto almeno 30 senatori delle opposizioni, in particolare quelli di Forza Italia che pure ha presentato una delle mozioni. Così quella che voleva essere un tentativo di spallata – al quale per dire il vero credevano in pochi – si trasforma in un’altra prova di forza del presidente del Consiglio: la sua replica alle mozioni di sfiducia sfiora il merito della questione, ma diventa il pretesto per rivendicare i risultati del governo. E’ una “strumentalizzazione allucinante“, ha detto Renzi, non c’è nessun conflitto di interessi, aggiunge, e sentirne parlare dai berlusconiani fa dire “da che pulpito”. E infine una “promessa” che sembra rivolta ai Cinque Stelle: “Andrete avanti ancora ad attaccarvi a ogni pezzettino di fango, ma aggrappatevi al vostro fango, tenetevi le vostre polemiche. Noi andiamo avanti pensando all’Italia e la lasceremo meglio di come l’abbiamo trovata”.

I voti finali, pesano le assenze tra le opposizioni
I Cinque Stelle votano la mozione di Forza Italia e Lega Nord e viceversa, ma non basta. Il testo del centrodestra viene bocciato con 178 no, 101 sì e un astenuto. Il documento dei grillini è respinto con un numero di voti (174) che doppia quello delle minoranze (84, anche qui c’è stata un’astensione). Tra coloro che hanno votato a favore della sfiducia, invece, anche l’ex del Pd Corradino Mineo. Nel Pd erano assenti Sergio Zavoli (che però negli ultimi tempi ha avuto problemi di salute), Renato Turano (eletto tra gli italiani all’estero) e il cattolico Giorgio Tonini. Tra i banchi delle opposizioni si sono contate numerose assenze, soprattutto tra le file di Forza Italia. In 8 non hanno votato: Francesco Nitto Palma, Bernabò Bocca e Riccardo Villari (che hanno già votato sì al ddl Boschi sulle riforme), Domenico De Siano, Claudio Fazzone, Francesco Maria Giro, Giovanni Piccoli. Oltre a questi Niccolò Ghedini che secondo alcune fonti non ha votato la mozione in polemica con il fatto che – come ha detto Renzi – la mozione di Forza Italia contenesse passaggi copiati e incollati da articoli del Fatto Quotidiano. Non votano anche due esponenti di Ala: Adele Gambaro e Giuseppe Ruvolo. Assenze anche nella maggioranza. Oltre a Carlo Azeglio Ciampi e Renzo Piano che non votano mai, non hanno votato Gabriele Albertini e Paolo Bonaiuti (Area Popolare), Elena Cattaneo (senatrice a vita, ma iscritta al gruppo per le Autonomie), Giorgio Tonini e Sergio Zavoli (Pd), entrambi con problemi di salute e Renato Guerino Turano (Pd).

Renzi: “Mozione destra copiata da articoli del Fatto”
Renzi replica sia alla destra che al M5s. Ai primi dice, sorridendo che il testo della loro mozione è copiata, errori compresi, da due editoriali del Fatto Quotidiano. Ai secondi che “in questo Paese chi ha sbagliato paga e chi paga non lo decidete voi ma i giudici, nel primo, secondo, terzo grado di giudizio. E il quarto grado non è un blog dell’illuminato…”. Poi abbassa il tono e non rinuncia alla battuta: “Oh, appena dici Quarto si emozionano”. Sono “allucinanti” le discussioni su Banca Etruria perché “deve essere chiaro che ciò che è avvenuto a novembre non riguarda una singola banca. Ma dal primo novembre 2015 al 18 gennaio 2016 il numero degli articoli che la stampa italiana, libera e indipendente se Dio vuole, ha dedicato a un tema come l’immigrazione – tema a mio giudizio di qualche rilievo – assomma a un totale di 1760, il numero degli articoli dedicati non alla vicenda banche, ma a banca Etruria è di 1889“.

“Non ci sono mai stati amici degli amici”
Nel merito, tuttavia, Renzi ribadisce che “questo governo ha commissariato la Banca Etruria come ha fatto con altre banche senza avere alcun riguardo per nomi e cognomi” perché “per noi non ci sono amici o amici degli amici” e la “dimostrazione sta nel fatto che Banca Italia ha sanzionato i familiari di un ministro e sta nel fatto che non c’è stato un solo avvenimento che possa far parlare di conflitto di interessi“. Anche perché, proprio sul conflitto d’interessi, si rivolge verso i banchi del centrodestra: “Io non dico da che pulpito, sarebbe semplice – scandisce – Vi sto dicendo non c’è alcun conflitto d’interesse ma il tentativo con quel decreto di salvare un milione di correntisti e 7mila stipendi. Se ci volete mandare a casa fatelo ma noi non avremmo mai distrutto pezzi di economia per fare una battaglia politica contro il governo. Prima delle beghe politiche c’è l’Italia“. Nel testo della mozione, continua il presidente del Consiglio, si legge “che il decreto sulle popolari imponeva la trasformazione e quotazione di Banca Etruria: ma di tutte le banche interessate dal decreto di gennaio l’unica banca già quotata era Banca Etruria”. La stessa riforma delle banche popolari, che secondo il capo dell’esecutivo andava fatta 25 anni, “fu tentata da Ciampi e da Draghi” e “se fosse stata fatta a fine anni Novanta in tante parti di Italia, a cominciare dal nord est, avremmo evitato le scene di questi ultimi 15 anni in termini di contiguità tra il sistema del credito e politica”.

I verdiniani: “Noi all’opposizione, ma responsabili”
In precedenza i verdiniani avevano confermato che avrebbero votato contro. Il portavoce di Ala, Vincenzo D’Anna, tra un post su facebook e l’altro, ha confermato in Aula che Ala “non condivide nel merito” le mozioni, ma questo non comporta l’ingresso in maggioranza. “Non è un voto di fiducia al governo da cui siamo distinti e distanti”. Piuttosto la mozione del M5s, secondo il verdiniano Lucio Barani, è caratterizzato da “un profondo giustizialismo qualunquista con il quale si pretende di far ricadere sui figli le colpe dei padri. Colpe, per di più, al momento, solo ipotetiche e sulle quali dovrà eventualmente essere la magistratura ad esprimersi”. Barani conferma che i verdiniani si collocano “all’opposizione”, ma hanno un “atteggiamento responsabile, dimostrato anche sulla riforma costituzionale” che li “distingue dalle altre forze di minoranza che, unite nell’odio sfascista contro il premier Renzi, non perdono occasione per provare ad isolarci nel contesto parlamentare”.