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Torna l’uso strumentale del divino in politica: qualche esempio, da Trump a Mieli

L’onda d’urto ha investito perfino la politica italiana, in particolare le due primedonne
Torna l’uso strumentale del divino in politica: qualche esempio, da Trump a Mieli
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Possiamo collocare l’avvio della modernità laica a Occidente, in cui – grosso modo – siamo vissuti fino a buona parte del XX secolo, quando il precetto biblico “non nominare il nome di dio invano” venne declinato da un giusnaturalista secentesco – l’olandese Hugo Grozio – nel principio politico “etsi Deus non daretur”. E fu Illuminismo.

Il recente riemergere del divino come blasfemia legittimata conferma il sempre più rapido spegnimento dei Lumi in itinere. Già nella cronaca quotidiana come barometro dei tempi. Dal calcio specchio della vita alla propaganda partigiana. Se agli ultimi mondiali di football un telecronista solitamente ragionevole – Lele Adani – delirava del dio tifoso dell’Argentina, che ne seguiva le partite ponendo alla propria destra un puttaniere cocainomane limitrofo alla camorra, Diego Armando Maradona; nella fase concitata della campagna per il referendum anti magistratura del 23 marzo scorso si raggiunse l’azimut dell’indecenza con la penna al servizio della tracotanza destrorsa di Alessandro Sallusti, che sproloquiò spudorato: “Ho una notizia fresca di stampa: vinceremo il referendum sicuramente perché questa volta abbiamo un santo in paradiso pazzesco: il presidente Berlusconi che già da settimane tratta con il Padre Eterno”.

Bagatelle rispetto al furor dell’imperatore folle Donald Trump nel suo scontro con papa Leone – reo di un ritenuto provocatorio “basta morti in nome di dio” – che posta la propria immagine in veste di Cristo mentre resuscita un defunto, ovviamente wasp (e non molti hanno notato che questo Lazzaro ha le riconoscibili fattezze del compare pedofilo Jeffrey Epstein e relativi files. Lapsus freudiano che confermerebbe la dinamica del ricatto di cui The Donald è oggetto da parte di Netanyahu).

Fatto sta, è proprio l’uso strumentale del divino a produrre l’onda d’urto che ha investito perfino la politica italiana, in particolare le due primedonne al femminile. Di Giorgia Meloni, che ha perso la favella quando il suo investimento sull’omaggio vassallatico all’energumeno dalla Casa Bianca è stato vanificato, molto si è già detto. Forse andrebbe sottolineato il contraccolpo di rimbalzo che ha probabilmente messo fuori gioco “l’ospite in casa d’altri” Elly Schlein. Ossia la segretaria del Pd che aveva sconfitto Stefano Bonaccini nelle primarie per la carica promettendo di liberare il partito dalla dittatura dei cacicchi, per poi esserne rapidamente presa in ostaggio e finire in piena sindrome da Stoccolma.

Quella brava ragazza, molto foglia sbattuta dal vento, che quando Trump ha scomunicato Giorgia Meloni, colpevole di aver blandamente e tardivamente criticato l’aggressione verbale contro il pontefice (dopo aver accreditato o passato sotto silenzio tutte le precedenti canagliate del presidente Usa fuori di testa), ha pensato bene di correre in soccorso della premier in evidente imbarazzo. Ossia, manifestarle un’inspiegabile solidarietà prendendo la parola in Parlamento. Perché?

C’è chi ha spiegato la mossa come un tentativo di incassare applausi bipartisan. A parer mio, l’ennesimo cedimento al cacicchismo veltroniano, per cui la sinistra vincerebbe se indossa panni di destra; si atteggia a moderata (anche se non si sa bene cosa voglia dire). Di certo l’ennesima conferma di inadeguatezza.

Ma non per l’ineffabile Paolo Mieli, che nel salotto tv di Luca Telese e Marianna Aprile in Onda si dichiara “tifoso della Schlein dal primo giorno”. Per poi aggiungere la frase rivelatrice “Elly Schlein candidata naturale alla Presidenza del Consiglio”. Rivelatrice, dietro la congenita ambiguità di questo cardinale di Curia, in due sensi: da un lato, in previsione delle elezioni 2027, per segare la candidatura di Giuseppe Conte indigesta all’establishment perché avversa ai suoi interessi predatori (da quando l’allora premier portò a casa 200 miliardi di finanziamenti Ue); soprattutto perché lascia intravvedere quale è il dio cattivo con cui la restaurazione ha fatto comunella: il potere dei privilegiati per diritto divino, di cui Mieli è fedele officiante. Il volto demoniaco del potere che aveva abbagliato Meloni riconoscendolo in quello di Trump. Che ha guidato il riposizionamento di Paolo Mieli da sessantottino a guardiano perinde ac cadaver dell’ordine dominante, fino alle sue confuse esternazioni a favore del sì nell’ultimo referendum. Il potere della forza che annichilisce il potere dei senza potere chiamato democrazia.

Mentre l’Occidente veleggia verso la plutocrazia, sempre pronta a virare in cleptocrazia. Il Dio denaro. E – diceva già Keynes – “a me sembra ogni giorno più chiaro che il problema morale della nostra epoca riguardi l’amore per il denaro”.

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