L’accordo con Bruxelles sulle sofferenze bancarie serve più per essere sbandierato a fini politici che per risolvere in qualche misura i problemi delle banche italiane. A dare il duro verdetto è la Borsa, dove infatti i titoli bancari sono stati nuovamente presi di mira dalle vendite non appena sono stati resi noti i termini dell’accordo. Dopo quasi due anni di discussioni infruttuose e il definitivo abbandono dell’ipotesi di una bad bank di sistema anche nelle sue forme “light”, ci sono volute oltre cinque ore di serrato confronto con la commissaria all’Antitrust Margrethe Vestager per trovare un’intesa sulla garanzia pubblica che verrà posta sui titoli emessi dagli special purpose vehicle (spv) creati dalle banche per mettere sul mercato i crediti in sofferenza. E il risultato per l’Italia è soprattutto quello di poter dire che è stato trovato un accordo, perché degli oltre 200 miliardi di sofferenze solo una minima parte potrà in realtà usufruire della garanzia dello Stato e per usufruirne dovrà peraltro pagare un prezzo di mercato, proprio come preteso da Bruxelles. A testimoniare ciò è la frase finale del comunicato del Tesoro: “L’intervento non genererà oneri per il bilancio dello Stato. Al contrario, si prevede che le commissioni incassate siano superiori ai costi e che vi sia pertanto un’entrata netta positiva”. Dunque, nessun regalo alle banche: la garanzia costa, e costa cara. Anzi, il meccanismo è pensato a costi crescenti per incentivare gli operatori a recuperare i crediti nel più breve tempo possibile, sperabilmente già entro i primi tre-cinque anni dall’emissione dei titoli.

La garanzia statale potrà però riguardare solo i cosiddetti titoli senior (cioè quelli meno rischiosi) e, soprattutto, solo quelli che otterranno un rating “investment grade” da un’agenzia di rating indipendente che dovrà procedere – come spiega lo stesso comunicato del Tesoro – anche alla “verifica della qualità di tutti i crediti sottostanti” al titolo garantito oltre alla “stima analitica dei flussi di cassa associati al titolo” e alla verifica della “capacità operativa del servicer che sarà incaricato del recupero dei crediti”. Data l’elevata concentrazione di sofferenze che fanno capo a pochi grandi debitori insolventi (secondo uno studio Unimpresa, 25,5 miliardi di sofferenze sono riferibili ad appena 579 soggetti) e la generalmente bassa qualità delle garanzie per lo più immobiliari che assistono questi crediti, è evidente che la quota di titoli senior “investment grade” che potrà essere emessa dagli Spv creati dalle banche non sarà molto elevata (sarebbe un miracolo arrivare a un 40% del totale) e inoltre non sarà omogenea a livello di sistema bancario. Ci sono infatti banche più virtuose i cui crediti deteriorati sono comunque assistiti da buone garanzie, e banche che invece agli amici degli amici e ai furbetti vari hanno erogato prestiti per centinaia di milioni di euro a fronte di garanzie nulle o quasi. Dunque l’accordo con Bruxelles risolverà in parte il problema solo per alcune banche, mentre il grosso del sistema – soprattutto a livello locale – continuerà a essere zavorrato dalle sofferenze e incapace quindi di far ripartire il circuito del credito con grave danno per la nostra economia.

La reazione della Borsa all’accordo sottolinea il fatto che il problema non è affatto in via di soluzione e le vendite che ancora una volta si sono concentrate su Unicredit determinando un nuovo scivolone del titolo (-3% in chiusura) mettono in chiaro che per la banca di Piazza Gae Aulenti la necessità di un nuovo aumento di capitale si fa sempre più pressante. L’istituto guidato da Federico Ghizzoni è da tempo al centro dei riflettori per i suoi problemi di redditività e di governance ed è convinzione del mercato che il piano industriale varato a novembre non sia sufficiente a riportare in carreggiata la banca, le cui sofferenze ammontano al 16,1% del totale dei prestiti erogati. Ma non è certo il solo istituto ad avere dei problemi, come testimonia l’ondata di vendite che si è abbattuta sui titoli bancari che hanno perso in media il 25% del loro valore a gennaio. Il fatto è che le banche hanno in bilancio questi crediti a un valore teorico di recupero molto superiore a quello che il mercato è disposto a pagare ed è piuttosto evidente che l’immissione sul mercato di una grande quantità di titoli derivanti dalle cartolarizzazioni dei crediti deteriorati delle banche non favorirà i venditori, tanto più se la qualità del sottostante non è buona. Il rischio è che prima o poi (ma più prima che poi) le banche siano costrette a svalutare una parte dei loro attivi con un impatto negativo sui loro bilanci e sui ratios patrimoniali, aprendo così le porte a una nuova stagione di aumenti di capitale e a un consolidamento forzato del settore nel tentativo di mettere in sicurezza il sistema. Le fusioni bancarie però, ancorché necessarie in alcuni casi, non risolvono i problemi dato che anche le maggiori banche si ritrovano con un tasso di sofferenze più che doppio rispetto alla media europea e addirittura triplo rispetto a quello dei principali concorrenti e una redditività operativa infinitamente più bassa. In queste circostanze le fusioni servono soprattutto a comprare tempo, con il rischio di creare problemi ancora maggiori per il futuro.