A cinque anni dall’inizio della primavera araba tornano le proteste sociali in Tunisia. Come nel 2011 a scendere in piazza sono sopratutto giovani disoccupati. Le manifestazioni partite nella regione di Kasserine, si sono estese poi in tutto il paese e non si fermano nonostante le misure annunciate dal governo nazionale. A Sidi Bouzid lo slogan urlato dai manifestanti è “posti di lavoro o ci sarà un’altra rivoluzione”. A Kasserine, regione tra le più povere della Tunisia, in una delle proteste di sabato 17 gennaio, un giovane insegnante è morto fulminato dai cavi dell’alta tensione dopo essersi arrampicato su pilone elettrico. Il manifestante stava protestando perché era rimasto escluso dalla graduatorie del dipartimento regionale dell’istruzione.

Per questo, da due giorni un gruppo di giovani disoccupati si è riunito davanti alla sede del governatorato per chiedere l’apertura di un’inchiesta sulla morte del loro coetaneo. Gli scontri con la polizia non si sono fermati nonostante il coprifuoco imposto dalle 18 alle 5 del mattino. E ieri notte durante la guerriglia urbana tra forze dell’ordine e dimostranti  è stato ucciso un poliziotto. L’agente Sofiéne Bouslimi, 25 anni, secondo il ministero dell’Interno è stato aggredito a Feriana, città della regione di Kasserine. Violenti scontri si sono registrati anche a Sidi Bouzid,  Jendouba, Kairouan, Siliana, Zaghouan, Sousse, Kairouan, Kef ed El Fahs, a Skhira  e a Tunisi. A Kram, quartiere della periferia nord della capitale, una cinquantina di persone hanno incendiato cassonetti della spazzatura a sostegno di Kasserine. A Jenoduba 500 manifestanti sono entrati nella sede del governatorato urlando “sparisci” rivolti al governatore.  A Skhira, invece, i dimostranti hanno bloccato una strada bruciando pneumatici.

Stamattina dimostrazioni anche a Jendouba, a Kairouan e a Skhira, che si trova nella regione di Sfax. A Jendouba e Kairouan i manifestanti sono entrati nelle sedi dei rispettivi governatorati. Stando alla radio Shems Fm, a Jendouba i circa 500 dimostranti urlavano ‘Degagè, cioè ‘Spariscì, riferendosi al governatore. E ‘Degagè è lo slogan che risuonava nei cortei durante la rivoluzione del 2010-2011, allora rivolto al dittatore Ben Ali, che fu poi costretto a lasciare il Paese. A Skhira, invece, i dimostranti hanno bloccato una strada bruciando pneumatici

Il premier Habib Essid ha quindi deciso di annullare i suoi impegni al Forum economico di Davos ed è tornato in patria per seguire da vicino la situazione e per presiedere un consiglio dei ministri straordinario. Secondo il premier molti giovani tunisini entrano a fare parte dei gruppi terroristi di matrice islamica perché non hanno avuto altre opportunità. “Con loro abbiamo fatto molti errori: un 60% di quelli senza lavoro – ha affermato Essid – è attratto da certe organizzazioni radicali che offrono loro alternative e denaro per le famiglie . E poi ci sono anche giovani che sono influenzati dai jihadisti perché offrono loro il paradiso e ci credono”.

Sono già oltre 3mila i tunisini che hanno lasciato il paese per arruolarsi nello Stato Islamico. La Tunisia è il paese che fornisce più foreign figthers  all’Isis. Il premier ha poi provato a tracciare la via da seguire per uscire da questa crisi economica e sociale: “Il modello di sviluppo che è stato seguito negli ultimi 23 anni non funziona più. L’obiettivo principale è quello di trovarne uno nuovo basato sulla giustizia sociale“. Intanto ieri il governo nazionale ha varato le prime misure tra cui l’assunzione di oltre 6mila disoccupati, soprattutto tra i giovani diplomati.