Tempi di consegna, servizio di qualità: il trucco c’era. Il Fatto Quotidiano l’ha rivelato in esclusiva con un’inchiesta pubblicata a puntate. E Poste Italiane lo conferma in queste ore con decine di licenziamenti in corso e migliaia di dipendenti sospesi: sono accusati di aver tenuto un comportamento “illecito” e fatto “risultare una qualità del servizio divergente da quella reale”. Le lettere di licenziamento e contestazione sono in viaggio e il tam tam all’interno di Poste Italiane lo definisce un vero e proprio tsunami: un’intera struttura di dirigenti sarà di fatto smantellata nei prossimi giorni.

Migliaia di nominativi saranno comunicati alla Procura di Roma dove, dopo l’inchiesta del Fatto e l’esposto presentato dalla nostra fonte anonima, l’estate scorsa è stata aperta un’inchiesta sulla vicenda. Il fascicolo – al quale dal giugno 2015, dopo i nostri articoli, s’è aggiunto anche l’esposto di Poste Italiane – rischia così di contare migliaia di nomi tra indagati e persone informate sui fatti. Non solo. L’unità anti-frode di Poste Italiane ha scandagliato le email aziendali di migliaia di dipendenti, confermando le nostre rivelazioni: nella corrispondenza intercorsa tra una quarantina di dirigenti e i loro sottoposti, infatti, si legge che i dipendenti creavano una corsia preferenziale per consegnare le “lettere test” nei tempi prestabiliti. E dimostrare che il coefficiente di qualità, previsto dal contratto tra Poste Italiane e lo Stato, veniva rispettato. Ed è un coefficiente che vale miliardi di euro.

Voilà, il certificato di qualità è garantito 
Il coefficiente di qualità è un dato fondamentale poiché, in base al contratto sottoscritto con lo Stato, Poste Italiane può essere costretta a pagare fino a 500mila euro l’anno di sanzione se non rispetta i parametri prefissati. In media, parliamo di 50mila euro per mezzo punto percentuale sforato, senza contare che, proprio a partire dalla certificazione di qualità, il governo affida a Poste Italiane il servizio di posta universale, che lo Stato paga in media circa 300 milioni di euro l’anno. A monitorare e certificare il servizio di qualità, fino pochi mesi fa, è stata la Izi srl. Il meccanismo è semplice: la Izi sceglie circa 8mila persone che spediscono lettere tra loro. E tutte annotano in quanto tempo la corrispondenza – in gergo, si chiamano “lettere civetta” – viene inviata e recapitata.

Il punto è che Poste Italiane ha conosciuto, per anni, molti nominativi dei controllori scelti da Izi. In altre parole: il controllato conosceva i suoi controllori. Ed è grazie alla conoscenza di questi nominativi che riusciva a creare una corsia preferenziale per consegnare le lettere civetta nei tempi previsti. Le email analizzate dall’unità anti frode di Poste Italiane dimostrano che questa prassi è stata adottata dal 2003 al 2014. Siamo nel pieno della gestione di Massimo Sarmi, sostituito dall’attuale amministratore delegato Francesco Caio nell’aprile 2014, al quale va dato atto di aver avviato la pulizia interna. Anche l’archivio di questa corrispondenza è destinato a riempire il fascicolo della procura romana.

Meccanismo rodato: “Vi trasmetto l’elenco”
A giugno il Fatto aveva scovato decine di queste email. Ne citiamo qualcuna. È il 28 novembre 2007 quando un funzionario di Poste Italiane scrive ad alcuni colleghi: “Vi trasmetto le tabelle con l’elenco dei droppers e receivers Izi… “. Il dropper è colui che spedisce, il receiver è colui che riceve la lettera, e l’elenco in questione, per Poste, doveva essere assolutamente top secret. Una sorta di servizio di spionaggio tra alcuni funzionari di Poste Italiane è invece riuscito a intercettare i nominativi di chi li controllava. Non solo. In alcuni casi, i destinatari delle lettere, erano “monitorati” fino al momento in cui ritiravano la posta dalla cassetta. Anche questa attività di “spionaggio” – come rivelato dal Fatto – appare nelle email interne all’azienda. Ed è per questo motivo che nel giugno scorso s’è occupato della vicenda anche il Garante della Privacy.

L’intera vicenda viene ora confermata dall’indagine interna di Poste Italiane. Le circa 40 lettere di licenziamento e le migliaia di contestazioni inviate ai dipendenti hanno quasi tutte lo stesso tenore: si contesta la scoperta all’interno delle email aziendali di comunicazioni che “trattavano” l’argomento delle “lettere test” e l’azienda contesta ai suoi dipendenti di “non aver contrastato tale condotta” e di “non aver segnalato” la vicenda ai “competenti organismi aziendali”. Il che dimostrerebbe “la illecita finalità” di “far risultare una qualità del servizio divergente da quella reale” e “la personale e diretta responsabilità nella realizzazione delle irregolarità riscontrate”.

Parte la pulizia: dipendenti alla porta
L’intera responsabilità, quindi, sembra ricadere su circa 40 funzionari e un migliaio di dipendenti. Spetterà alla magistratura verificare se è vero. E stabilire se il personale in questione abbia agito autonomamente, senza alcun avallo da altri superiori, e in che modo Poste sia riuscita a entrare in possesso dei preziosissimi elenchi dei controllori stilati dalla Izi. Contattato a giugno, Giacomo Spaini, amministratore delegato della Izi, ha spiegato al Fatto: “Ogni sei mesi cambiamo i receivers, contiamo tra i 400 e i 600 collaboratori e penso sia impossibile che Poste Italiane possa individuarli o intercettare le loro lettere”. Ora, invece, è proprio Poste Italiane a confermare che i collaboratori sono stati individuati.

Da Il Fatto Quotidiano del 20 gennaio 2016