Poste Italiane spiava il suo controllore e ne seguiva i movimenti: monitorava persino la cassetta della posta privata. Quella nel portone di casa. E a volte addirittura ne apriva la corrispondenza, ne fotocopiava o tratteneva il contenuto, infine la accantonava. Senza recapitarla. Nella Posteleaks che il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare – parliamo di migliaia di email interne a Poste italiane tra il 2006 e il 2010 in piena era dell’ad Massimo Sarmi – si aggiungono ulteriori inquietanti elementi.


Video di Gisella Ruccia

 

Servizio di qualità
La qualità del servizio di Poste italiane è certificata da un ente terzo, la Izi spa, nominata in questi anni da governo e Agcom. Il sistema di certificazione è semplice: la Izi recluta dei collaboratori – tra i 400 e i 600 – che si inviano reciprocamente lettere per testare il tempo di spedizione e di recapito. Il nome dei droppers e dei receivers – così viene chiamato in gergo chi spedisce e chi riceve la corrispondenza – deve risultare segreto a Poste italiane proprio per evitare di eludere i controlli. Poste italiane s’è impegnata con il governo, per contratto, a rispettare uno standard di qualità. Se lo standard non viene rispettato, per ogni mezzo punto percentuale sforato, Poste rischia di pagare una sanzione di 50 mila euro fino a un massimo di 500 mila euro l’anno.

Ma non solo. Lo standard di qualità è la premessa per ricevere, dallo Stato, l’incarico di espletare il servizio di posta universale che, in media, vale circa 300 milioni l’anno. A sua volta, Izi viene pagata, per certificare i risultati di Poste italiane, ben 1,2 milioni l’anno. Il Fatto Quotidiano ha rivelato però che Poste, tra il 2006 e il 2010, era spesso a conoscenza dei nominativi di dropper e receivers che venivano addirittura “schedati” e trasmessi via mail. L’Agcom nel frattempo s’è mossa: “La direzione Servizi Postali diretta da Claudio Lorenzi – ci ha comunicato l’Autorità garante – sta studiando il caso segnalato dall’articolo di ieri del Fatto. Al termine sarà redatta una relazione per il Consiglio per eventuali decisioni”. Nel frattempo segnaliamo che c’è molto di più. Poste italiane arriva a spiare direttamente la cassetta della posta e, di conseguenza, le abitudini di chi li controlla.

“Noti invii”
È il 29 agosto 2007. “Ti comunico – scrive un funzionario di Poste Italiane a un collega – che nella cassetta del signor (…) giacciono, a oggi, tra varia corrispondenza, numero 4 noti invii”. La dicitura chiave è “noti invii”. Compare spesso, non soltanto nel contenuto delle comunicazioni ma, soprattutto, nell’oggetto delle email inviate. Come quella del 31 agosto 2007. Oggetto: “Noti invii”. Contenuto: “Ti segnalo – scrive il funzionario di Poste al collega – che i noti invii relativi ai giorni 29-30, unitamente all’odierno, indirizzati a (…) in via (…) a oggi risultano giacenti nella cassetta domiciliare antistante l’abitazione. Ti segnalo anche il caso del signor (…) che non ritira la corrispondenza dal 20 ultimo scorso. Risultano giacenti nella cassetta domiciliare antistante l’abitazione cinque noti invii”.

È evidente che Poste italiane monitorava con costanza le cassette della posta e – di conseguenza – i comportamenti delle persone in questione. Il Fatto Quotidiano ne ha contattate alcune. E ci hanno spiegato: “Sì, nel 2007, ci occupavamo di effettuare i controlli di qualità sulle spedizioni di Poste”. Lo conferma anche la signora Francesca. Il 24 gennaio c’è una email interna a Poste italiane che la riguarda personalmente: “Da informazioni attinte risulta che il receiver Francesca (…) non ritira giornalmente la corrispondenza dalla cassetta domiciliare. Il ptl ha rapportato che la corrispondenza viene ritirata solo al riempimento totale della cassetta. Da domattina il signor (…) è invitato a segnalare giornalmente allo scrivente e a (…) la situazione della cassetta indicando al momento l’effettivo giorno dello svuotamento. Saluti”. E ancora a febbraio: “Il receiver Francesca (…) il 17/19 febbraio non ha ricevuto alcun tipo di comunicazione”.

È prassi per Poste controllare persino le cassette dei privati? “Queste prassi – risponde Giovanni Maria Lione, responsabile Funzione normativa posta, comunicazione e logistica – non risultano in alcun modo alla società. I test di qualità effettuati da soggetti terzi indipendenti non devono né possono essere interferiti da Poste italiane. In ogni caso, qualunque prassi irregolare, se fosse venuta a conoscenza della Società, sarebbe stata interrotta, con i provvedimenti del caso. Peraltro i droppers possono spedire da qualsiasi cassetta rossa di impostazione o da qualsiasi ufficio postale e, perciò, non è chiaro cosa dovrebbe o potrebbe controllare Poste italiane. Altrettanto dicasi per quanto riguarda la cassetta dei receivers”.

Le altre società
Quando nelle email in questione si parla di “noti invii”, quindi, il riferimento è a droppers e receivers che controllano il servizio di qualità. E non sempre si tratta della Izi, incaricata dallo Stato, perché esistono anche i collaboratori della PriceWaterhouseCooper (Pwc), nominati e pagati direttamente da Poste italiane. Lione, di Poste, precisa: “Non è assolutamente possibile per noi conoscere i nominativi di Izi, tantomeno aprire le buste, il che è vietato, e lo stesso vale anche per Pwc. Se poi qualcuna di queste ultime s’inceppava, ero autorizzato a rimuoverla e poteva anche essere messa da parte”.

Di lettere accantonate e distrutte, anche con le semplici istruzioni per il monitoraggio Pwc indirizzare a droppers e receivers, la nostra fonte ce ne mostra parecchie. E leggendo le email di Poste italiane si scopre che quella dei “noti invii” è una vera e propria procedura. “Tutta la procedura è descritta nel file ‘noti invii’”, scrive un funzionario l’11 gennaio 2007 a ben 12 colleghi di Poste italiane. “In allegato – continua – la procedura relativa alla lavorazione dei ‘noti invii’…”. Il funzionario scrive che è “necessario compilare e inviare a mezzo fax la ‘scheda di monitoraggio’. Il fax dovrà essere inoltrato ai sei numeri telefonici unitamente alle fotocopie degli invii che attualmente inserite nella busta ‘riservata’ alla mia attenzione…”.

Il Fatto Quotidiano ha chiesto a Poste Italiana se esista e, nel caso, in cosa consista la procedura “noti invii”. “Non è nota l’esistenza di alcuna procedura o policy aziendale definita ‘noti invii’ o ‘invii noti’”, continua Giovanni Maria Lione, che aggiunge: “Poste italiane non ha mai intrattenuto rapporti con i soggetti incaricati, da qualsivoglia autorità pubblica, di effettuare i test di qualità”. Eppure nella email del 15 gennaio 2007 è scritto chiaramente: “In allegato la procedura per i noti invii…”.

Non solo. La procedura è stata applicata – in base alle email lette dal Fatto Quotidiano – almeno fino al 2010: nella mail con oggetto “riservato” e l’allegato “noti invii”, il solito funzionario scrive a quattro colleghi: “Potremmo incontrarci in mattinata per discutere in merito alla nuova organizzazione?”. È il 23 dicembre 2009. Oltre la procedura “noti invii”, per quanto ignota a Poste, esisteva anche un’organizzazione. Secondo la nostra fonte, che ieri ha deciso di inviare un esposto alla Corte dei conti, in Poste è esistita una “struttura” dedicata a consegnare le lettere test nei tempi previsti dai contratti di programma. A suo avviso, in una sola macro-area, corrispondente a tre regioni accorpate, questa procedura – tra il 2006 e il 2010 – ha coinvolto circa 130 dipendenti. Che si tratti di Pwc o di Izi, o di entrambe, non cambia la questione: questi nominativi per Poste dovevano essere top secret.

Mai consegnate
Il punto è che, oltre a “schedare” droppers e receivers e spiarne la cassetta postale, si arrivava ad aprire le buste delle loro lettere, fotocopiarne il contenuto – a volte con le istruzioni della Izi, della Moneo o della Pwc – e, infine, ad accantonarle per poi distruggerle. “Ecco, dia un’occhiata”, dice la nostra fonte. “E questa è soltanto una parte di quanto ho conservato in questi anni”. Ci mostra un faldone: contiamo venti buste aperte, incluse le lettere che contenevano, destinate a persone che, questa corrispondenza, non l’hanno mai ricevuta. Molte contengono le istruzioni destinate a chi collaborava al progettoquality@it.pwc.com. Poi ci mostra una bustina rossa, plastificata, che contiene un circuito elettrico grande quanto un francobollo e una batteria. All’interno vi si può leggere “International post corporation – Postag Pt21”. “È un transponder – spiega – inserito in una busta da lettera giunta in Italia dall’estero: era dentro la busta che vi sto mostrando”. È indirizzata a un receiver, a giudicare dal francobollo arriva dalla Finlandia, ed è stata spedita nel dicembre 2007. Mai consegnata. Anzi. È stata prima intercettata, poi aperta, infine accantonata. “Era fuori dagli standard qualitativi di consegna – spiega la nostra fonte – e quindi, dopo averla intercettata, l’abbiamo requisita. Meglio non pervenuta, che certificare un ritardo”. Ma anche gli indirizzi di Pwc dovevano restare segreti?

“Gli indirizzi e i nominativi delle lettere Pwc – replica Lione – non dovevano essere conosciuti da Poste ma non v’era alcun vincolo giuridico con la Pwc, diversamente che con la Izi, poiché i controlli Pwc erano a uso e consumo interno, per verificare la funzionalità del network postale ed era commissionata e pagata da Poste italiane. La finalità è completamente differente dal monitoraggio di Izi”. Il risultato non cambia: schedati e monitorati anche loro.

Da Il Fatto Quotidiano del 27 maggio 2015