Accuse reciproche, paroloni, fiumi di polemiche. Ma alla fine il caso Sarri-Mancini si risolve in una bolla di sapone: solo due giornate di squalifica per il tecnico del Napoli, tacciato di “omofobia e razzismo” dal collega. Nulla o quasi, un’ammenda di 5mila euro, all’allenatore dell’Inter, pure lui espulso dall’arbitro Valeri nel concitato finale del match di Coppa Italia. È questo il verdetto del giudice sportivo Giampaolo Tosel. Una decisione che l’avvocato Mattia Grassani, esperto di diritto sportivo, definisce “corretta e di buon senso” a ilfattoquotidiano.it. Ma che senza dubbio aprirà un ulteriore dibattito sulla presenza di norme adeguate in Italia e sulla loro interpretazione. Di fatto, Sarri si salva perché Mancini non è gay.

Dal punto di vista normativo, la scelta di Tosel è abbastanza chiara: quel “frocio” e “finocchio” riferiti da Sarri a Mancini, e riportati nel referto di gara sia dal quarto uomo Di Bello che dai collaboratori della Procura Federale presenti a bordo campo, vengono derubricati a “epiteti pesantemente insultanti”, senza l’aggravante della discriminazione. La sanzione per le “dichiarazioni lesive” così è minima: due giornate, da scontare nel torneo di riferimento (la Coppa Italia, senza ripercussioni sul campionato), condite da una multa di 20mila euro. Secondo il giudice, non c’erano gli estremi per far scattare il ricorso all’articolo 11 del codice di giustizia sportivo, quello che punisce i “comportamenti discriminatori” e che avrebbe messo in seri guai Sarri: in quel caso, la sanzione sarebbe andata da un minimo di 10 giornate ad un massimo di un’inibizione a tempo determinato estendibile a tutte le competizioni. Qualcosa che avrebbe condizionato tutta la stagione del Napoli e probabilmente anche il futuro del suo tecnico.

Società e allenatore, dunque, possono tirare un sospiro di sollievo. E poco importa che a salvarli sia stata un’interpretazione del regolamento che suscita qualche perplessità: sostanzialmente, l’offesa di Sarri si configura come semplice ingiuria e non come epiteto omofobo perché Mancini, a cui è stato dato del “frocio, finocchio”, è eterosessuale fino a prova contraria. “Tosel ha applicato le regole”, spiega l’avvocato Grassani. “Per la discriminazione dev’esserci un trattamento diverso ed offensivo nei confronti di un soggetto che appartiene a quella diversità. In questo caso la discriminazione è impossibile all’oggetto”. Né si può parlare di discriminazione generale nei confronti degli omosessuali: “Gli epiteti di Sarri erano direttamente riferiti a Mancini, e a lui va circoscritta l’interpretazione. Diverso sarebbe stato se, ad esempio, avesse detto: ‘L’Inter è una squadra di froci’. Allora ci sarebbero stati gli estremi per una squalifica maggiore”. Al tecnico del Napoli, insomma, è andata bene così, a parte la ricaduta negativa in termini di reputazione che rischia di portarsi dietro a lungo. Chissà invece se sarà soddisfatto Mancini, che pure oggi è tornato sulla vicenda con parole di biasimo. Forse anche per utilizzare lo stesso metro “soft”, a lui il giudice sportivo ha riservato appena un buffetto: nonostante l’espulsione, niente squalifica ma una piccola ammenda per “atteggiamento intimidatorio” e “espressione irriguardosa” al quarto ufficiale.

La vicenda si chiude qui, si torna al calcio giocato. L’ultima parola, in realtà, spetterebbe al presidente della Figc, che secondo l’articolo 33 (comma 4) del codice di giustizia sportiva è legittimato ad appellarsi contro le decisioni del giudice sportivo, nel caso ritenga non congrua la pena comminata. Ma è davvero improbabile che Carlo Tavecchio – quello di “Optì Pobà”, dell’“ebreaccio” e degli “omosessuali da tenere lontani – possa sentirsi tanto offeso dalle parole di Sarri da fare ricorso. Improbabile, e molto poco credibile.

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