Come ha anticipato la Gazzetta dello Sport, dopo avere chiamato “frocio” Roberto Mancini alla fine della partita di martedì, oggi Maurizio Sarri riceverà una leggera squalifica. Un paio di giornate al massimo. Il giudice sportivo ha infatti deciso di non applicare l’articolo 11 che punisce con minimo 4 mesi ogni atteggiamento che “comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine etnica”. Perché “essendo Mancini, notoriamente eterosessuale” l’episodio non è classificato come razzista ma soltanto offensivo. Questa decisione è specchio di un paese che, limitandosi solamente a recepire la direttiva UE del 2000, al contrario di altri 22 paesi europei non ha ancora legiferato contro l’omofobia: il ddl Scalfarotto, per quanto discutibile, è fermo da oltre due anni in Senato. D’altronde, ritornando al calcio, questo è il paese in cui il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio ha potuto dire:“Non ho nulla contro gli omosessuali ma teneteli lontano da me, io sono normalissimo”. E il suo omologo alla Lega Dilettanti Felice Belloli, prendersela con “le quattro lesbiche” del calcio femminile. 

In Inghilterra già tre anni fa un calciatore fu multato e squalificato per aver postato su Twitter un insulto ritenuto omofobo, nonostante le attenuanti per la non conoscenza della lingua: ça va sans dire, era l’italiano Federico Macheda. Ne sono seguiti molti altri, per non parlare delle lunghe squalifiche per insulti razzisti, mentre diversi tifosi per cori omofobi sono stati addirittura arrestati, come il giocatore gallese del Port Talbot Town FC Daniel Thomas, colpevole di un tweet offensivo nei confronti di Tom Daley, tuffatore olimpico che aveva fatto coming out. Una rarità nel mondo dello sport. Nel Regno Unito, infatti, l’omofobia è considerata alla stregua degli altri hate crime. In Francia invece da una legge del 2004 per insulti omofobi si rischia fino a un anno di carcere, ma un recente sondaggio commissionato dalla squadra amatoriale Paris Foot Gay ha concluso che il 41% dei giocatori delle prime due serie ha “punti di vista omofobi”.

Lo stesso in Germania, dove le leggi antidiscriminazione operano a livello federale, e dove resta famoso l’episodio della chiusura per un turno della curva del Bayern Monaco per uno striscione omofobo nella partita contro l’Arsenal. Dopo il coming out a fine carriera di Thomas Hitzlsperger però, diverse dichiarazioni date ai media da importanti calciatori e dirigenti invitavano i calciatori all’omertà. Come fece Marcello Lippi e come ha fatto il presidente dell’assocalciatori Damiano Tommasi all’indomani delle dichiarazioni di Cassano. A dimostrazione che l’omofobia non si cura con la legge ma con la cultura. In Spagna la legislazione è molto debole e la cultura simile a quella italiana, e infatti cori e dichiarazioni discriminatorie sono all’ordine del giorno, sui campi e negli stadi. Al contrario in Norvegia, quest’estate, durante l’incontro tra Sandnes Ulf e Baerum di seconda divisione, Simen Juklerod è stato espulso per avere rivolto insulti omofobi a un avversario. Una menzione per la Turchia, non certo un paese gay-friendly, anche se sono state abrogate le leggi contro l’omosessualità, il mese scorso la Federcalcio è stata condannata a risarcire con 30mila euro un arbitro cui nel 2009 era stata revocata la licenza perché omosessuale.

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