Sacrilegio, profanazione, bestemmia! Orrore! Orrore! Orrore! Il Venezuela va marciando a passi rapidi verso il più tenebroso dei baratri, ma sbaglierebbe di grosso chi pensasse che proprio questo – il pietoso stato d’una nazione ormai in bancarotta economica, istituzionalmente a pezzi e con i più alti (o giù di lì) tassi d’inflazione e di criminalità del mondo – sia il motivo dell’indignazione che, da qualche giorno, va infiammando il dibattito politico venezuelano. No: oggetto d’un tanto collerico oltraggio – collerico come solo un oltraggio con religiose motivazioni può essere – è in realtà ben altro e, naturalmente, di ben più sostanziale natura.

Di che si tratta? La leniniana scintilla che ha incendiato la prateria è stata la decisione – molto brutalmente assunta dal nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale, Henry Ramos Allup – di rimuovere dalle sale e dai corridoi del palazzo che ospita il Parlamento i numerosi ritratti del ‘comandante supremo ed eterno’ Hugo Chávez Frías, ai quali hanno per l’occasione fatto compagnia un paio di baffute effigi del presidente in carica Nicolás Maduro ed una molto particolare versione dell’immagine del libertador’ Simón Bolívar. Quale immagine? Quella – non per caso ribattezzata ‘il Bolívar di Chávez’ – che poco più di tre anni or sono, venne via computer ricavata, per espresso ed inappellabile ordine del medesimo ‘comandante supremo’, da quanto restava delle ossa del povero Simón, all’insaputa del proprietario solennemente riesumate (profanate, secondo i venezuelani non chavisti) e scientificamente riesaminate al fine di ridisegnare il ‘vero volto’ del ‘libertador’.

Vero, non pochi insinuano, nel senso di più affine ai ‘desiderata’ del gran capo. Vale a dire: molto più ruvido e sospettamente ‘scuro’, molto più ‘indio’ e plebeo di quello, piuttosto pallido ed inequivocabilmente ‘mantuano’ (così ai tempi di Bolívar si chiamavano gli esponenti della più alta aristocrazia ‘criolla’) tradizionalmente rappresentato nei ritratti che restano tuttora appesi, in lieta e ritrovata solitudine, nei corridoi del palazzo parlamentare.

Perentoria è stata, di fronte a tanta offesa, la reazione del governo. Ed essendo un peccato d’empietà quello che s’era consumato nella sede della An, la risposta ha inevitabilmente finito per assumere le religiose sembianze d’un prolungato atto di ‘desagravio’ (riparazione, espiazione) solennemente avviato dall’ ‘apostolo Nicolàs’, alla presenza dell’intero stato maggiore delle Forze Armate, nella molto cimiteriale atmosfera del Cuartel de la Montaña, laddove Hugo Chávez piuttosto maldestramente diresse il fallito colpo di stato del febbraio 1992 e dove oggi riposano, come si usa dire, le sue spoglie mortali. Il tutto mentre nelle piazze il Psuv, partito di governo e partito-stato (anche se, dopo le ultime elezioni, è forte d’una una rappresentanza parlamentare inferiore a un terzo) invitava ‘il popolo offeso’ ad esporre ad ‘adottare’ ed esporre le sacre immagini tanto scelleratamente sloggiate dalla sede della An…

Ed il tutto, anche, mentre le cifre dell’economia – tutte ufficiose perché da tempo Il Banco Central de Venezuela ha smesso di comunicare quelle ufficiali – parlano, sullo sfondo d’una permanente depressione del mercato petrolifero, d’una inflazione al 270 per cento (molto prossima, ormai, ai parametri che definiscono l’incontrollabile e devastante mostro della iperinflazione), d’un deficit probabilmente più vicino al 20 che al 10 per cento, di riserve monetarie ridotte praticamente a zero e di un Pil che, dopo aver perso il 7 per cento del suo valore nel 2015 sembra inesorabilmente avviato, nel 2016, a perdere un altro 10 per cento di se stesso. Cifre spaventose che, nella quotidianità, si traducono in negozi vuoti, code chilometriche, ospedali senza medicine, salari decurtati, produzione bloccata.

Questo Venezuela avrebbe bisogno – un bisogno disperato – d’un piano di salvataggio economico e d’un accordo nazionale capace di sostenerlo politicamente di fronte a un paese alla canna del gas. E proprio questa è stata, a ben vedere, la vera ‘bestemmia’, il vero peccato mortale di Henry Ramos. Non quello d’avere sgombrato le sale della An dalla abusiva ed asfissiante presenza del ‘culto a Chávez, o dai frutti del grottesco revisionismo storico chavista (revisionismo figurativo, nel caso del nuovo volto del ‘libertador’). Bensì quello d’avere accelerato e favorito, per i tempi ed i modi del suo gesto, la marcia verso il baratro. O, per meglio dire: per avere contribuito ad ampliare l’esiziale separazione tra realtà e finzione che oggi va stringendo il cappio attorno al collo del Venezuela. È, infatti, come se il paese stesse oggi camminando al ritmo di due diversi ed incomunicabili orologi. Uno, quello dell’economia (e del ‘paese reale’) che marca gli acceleratissimi tempi d’una catastrofe. Ed un altro, quello della politica, che, surrealmente immobile, in un assordante tambureggiar di vecchi e vuoti slogan parla di ritratti sfrattati…

Racconterò un prossimo post alcuni essenziali dettagli di questa tragedia in fieri. Ed in particolare i trucchi da baraccone che, fedele al proprio stile, il governo chavista ha messo in atto per annullare gli effetti della recente batosta elettorale, creando le premesse d’un rovinoso (e temo inevitabile) scontro istituzionale. In attesa del quale mi chiedo tuttavia – osservando l’orologio della politica – quali possano essere i siti più adatti ad accogliere, come atto di ‘desagravio’, i ritratti di Chávez tanto perfidamente sloggiati dal Parlamento. La logica parrebbe suggerire i luoghi dove c’è più spazio libero (gli scaffali vuoti dei negozi), quelli che garantiscono più visibilità (le entrate dei supermercati dove si snodano interminabili code) e, infine, quelli che meglio riflettono l’autentica eredità del ‘comandante supremo e eterno’. Per l’appunto: gli scaffali vuoti e le entrate con code. Ma forse Maduro la pensa diversamente…