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Renzi sembra interessato alla comunicazione della sua immagine di politico di rottura, di innovatore determinato a un rivoluzione pacifica che prevede, oltre alla rottamazione di politici datati e di consociativismi vari, la cancellazione degli stereotipi e delle male abitudini radicate. Pertanto ci si aspetterebbe che si distinguesse dai suoi predecessori, rottamando concetti e modi di dire abusati.

Invece, nella sua comunicazione di fine anno, è scivolato sulle “pensioni d’oro”   continuando a usare un termine che non solo è logoro, ma offensivo e malvagio nei confronti di alcuni, per il carico di stereotipi tendenziosi che si porta dietro; il peggio è che è colpevolmente generico.

Infatti, tra i pensionati accomunati dal termine “d’oro” si trovano i beneficiati dai vitalizi politici (deputati, senatori, amministratori locali), i dipendenti che hanno beneficiato di promozioni alla scadenza o di molti contributi figurativi, i sindacalisti distaccati dal lavoro, i dipendenti premiati da agevolazioni dei loro fondi speciali o dal generoso retributivo e molti altri; in ultimo, però, si trovano anche ex dipendenti, generalmente privati, che hanno versato masse molto importanti di contributi previdenziali e che, in ragione del calcolo retributivo regressivo e del fatto che l’Inps impediva loro di accedere al calcolo contributivo, hanno avuto pensioni più basse del dovuto. Un politico aspirante statista avrebbe il dovere di chiarire questo e di smetterla di accomunare in un’allocuzione ridicola chi ha grassi benefici dal sistema con chi già ne è penalizzato e che dalla definizione tendenziosa è offeso oltre che irriso.

Già: irriso perché ci sono casi documentati di pensionati ai quali l’Inps ha negato l’accesso al calcolo contributivo che li avrebbe teoricamente tenuti fuori da misure di riduzione mirate ai beneficiati dal calcolo retributivo; con quest’ultimo percepiscono una pensione inferiore a quanto sarebbe dovuta e ciononostante vengono additati come parassiti e, in quanto “retributivi” e “d’oro” sono esposti a interventi che Renzi non ha escluso per il 2016.

Infatti, precisando che le pensioni da 3.000 € lordi/mese non sono d’oro, non è andato oltre nella articolazione del pensiero circa un eventuale intervento nel 2016, che ha dichiarato “da farsi in piena trasparenza”.

A questo proposito ha anche lodato l’attività del presidente dell’Inps Tito Boeri che sta facendo un lavoro, appunto, “di trasparenza”; tale lavoro è però in parte opaco, almeno nella comunicazione pubblica; manca per esempio totalmente un’analisi che distingua tra i pensionati così detti d’oro, chi ha un beneficio dal sistema retributivo da chi ne è già penalizzato, con conseguente proposta di azioni diversificate.

Eppure Boeri, da articolista de LaVoce.info, aveva esordito non male, indicando nella congruenza assegno pensionistico-contributi il fattore dirimente per intervenire o meno sui singoli trattamenti; una volta approdato all’Inps ha probabilmente verificato che circa 15.000.000 di pensionati ricevono assegni retributivi benevoli (che con il ricalcolo contributivo dovrebbero essere ridotti) e che, in punta di logica previdenziale, di equità e di numeri, sarebbero da aumentare le pensioni di circa 500.000 pensionati “d’oro”. Misura decisamente indigesta al popolo del web, ai populisti alla Meloni, alla sinistra più radicale e probabilmente anche ad alcuni politici di mono-cultura oratoriale.

Questa ostilità, unita anche alla indisponibilità di dati certi sui contributi storici di tutti i pensionati, sembra aver fatto cambiare idea a Boeri, che si è spostato su calcoli attuariali basati sull’età di pensionamento comparata con quella di vecchiaia in auge nell’anno del ritiro; calcoli semplici da fare ma con nessuna certezza di equità; anzi, con la certezza documentata di parecchi furti legalizzati a carico di alcuni pensionati che il metodo Boeri 2.0 penalizzerebbe pesantemente.

Che questo tipo di calcolo aprirebbe le porte a ingiustizie intollerabili hanno bene evidenziato sul Corriere della Sera del 4 Gennaio Benetti e Maré i quali si domandano “perché debbano essere penalizzate solo le pensioni sopra una certa soglia e salvate le pensioni baby del pubblico impiego e quasi tutte le pensioni di anzianità maturate prima dei 55 anni” e se sia “costituzionale un ricalcolo delle pensioni secondo criteri diversi dal momento in cui si è andati in pensione, senza invece considerare l’età a cui si è cominciato a lavorare”, notando infine che “tutte le pensioni di magistrati, docenti universitari e dirigenti del pubblico impiego, che vanno in pensione a tarda età si salverebbero dal ricalcolo”

Per assurdo si avrebbero casi di persone che avessero iniziato a lavorare a 18-20 anni e con una carriera precoce che ha generato molti contributi, le quali verrebbero penalizzate quando la loro pensione dovrebbe essere, a rigore di previdenza, incrementata, mentre persone andate in pensione a 65 anni ma con rapporto pensione/contributi già assai vantaggioso (inizio del lavoro in età avanzata, pochi contributi versati) continuerebbero a percepire indisturbate il loro assegno. Situazioni costituzionalmente eccepibili e inique.

Tra i pensionati già penalizzati dal calcolo retributivo generoso per molti rientrano, insieme ad altri, il 12% circa degli ex dirigenti di azienda, come ha certificato la stessa Inps nell’ambito dello studio “porte aperte” voluto proprio da Boeri; a questi sono dovuti non già appellativi gratuiti, bensì rispetto e gratitudine per aver essi contribuito durante la loro vita lavorativa e la pensione con aliquote fiscali massime e per avere già partecipato in modo solidale con i loro contributi al sistema retributivo che li penalizzava dal punto di vista previdenziale.

Una forma minima di rispetto sarebbe consentire a tutti loro e agli altri nelle medesime condizioni l’opzione di accedere al calcolo contributivo che l’Inps ha loro negato e lasciarli poi immuni da blocchi della perequazione, contributi di solidarietà e altre forme di interventi. Purtroppo nel programma di Boeri non si trova accenno a questa logica ed equa possibilità, lasciando temere che si potrebbe procedere a un esproprio che, per tornare all’affermazione di Renzi, di trasparente non avrebbe proprio niente.

Né chi vorrebbe tagliare questi assegni può appellarsi alla solidarietà necessaria in un momento di emergenza, dato che questa solidarietà estorta sarebbe mirata solo ad alcuni pensionati abbienti, come se il sostegno ai 55enni non fosse compito di tutti i contribuenti. Un’operazione del genere dovrebbe far riflettere i giovani in quanto anche le loro future pensioni, sebbene interamente contributive, potrebbero essere oggetto un domani di tagli completamente arbitrari, dato che verrebbe certificato oggi come la corrispondenza tra pensione e contributi versati (e addirittura un assegno inferiore ai contributi) non metta al riparo, nella mente di legislatori di oggi o di domani, da vessazioni.

Per un premier che predica fiducia sarebbe una mossa contraddittoria; sarà bene pertanto che ponderi a lungo, prima di procedere con qualsiasi intervento; altrimenti resterebbe solo l’opzione della disobbedienza civile come forma di resistenza a interventi irrazionali e, nei confronti di alcuni, anche malvagi.