Tramontato il governo Monti e con esso il ministro del lavoro, sembra possibile rimettere mano alle riforme Fornero senza pregiudizi ideologici o aprioristiche e grette preclusioni di cassa e ciò è apparentemente quello che il governo si accinge a fare.

Nel particolare della riforma Fornero e del gigantesco problema degli esodati che questa ha creato con imbarazzante leggerezza e preoccupante riottosità nell’ammetterlo il governo Letta sembra orientato a riprendere il testo della proposta di legge 5103 presentata nella precedente legislatura, apportando qualche modifica; una di queste sembra essere un sistema di penalizzazione legato all’andata in pensione anticipata rispetto ai 62 anni di età o ai 42 anni di anzianità contributiva.

Una delle penalizzazioni previste contempla la riduzione del 2% della quota retributiva dell’assegno pensionistico per ogni anno mancante nell’una o nell’altra voce e ciò sembrerebbe di una adamantina logicità in quanto ciascun anno di anzianità contributiva, nel calcolo retributivo, vale appunto il 2% della media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni. C’è però un vizio molto ben nascosto e che i sostenitori della tesi che il sistema retributivo regalasse le pensioni si sono sempre guardati molto bene dal far emergere. La questione è che il “ricco” sistema retributivo garantisce – o meglio, garantiva, essendo stato definitivamente abolito – il 2% della retribuzione media decennale solamente fino a un reddito massimo di 43.000 euro/anno; da questa cifra in poi, il fattore percentuale diminuiva fino allo 0,9% a 81.500 euro/annui per poi rimanere tale. In parole povere ciò significa che un lavoratore con retribuzione superiore a 60.000 – 70.000 euro annui che fosse andato in pensione a 60 anni con 40 di anzianità lavorativa e con una aspettativa di vita di 80 anni, aveva poche probabilità di ricevere indietro i contributi versati e rivalutati, nonostante il sistema retributivo venisse propagandato come “ricco”.

Sarebbe pertanto non solo illogico, ma costituirebbe un inaccettabile ricatto, per certe fasce di reddito e di pensione, l’applicare una penalizzazione del 2% a un sistema di calcolo che dà lo 0,9%. Sembrerebbe logico che la penalizzazione venisse graduata per fasce di retribuzione, come lo è la pensione.

Sembra però che il ministro Giovannini sia anche intenzionato a colpire le così dette “pensioni d’”oro”, senza specificare il significato di questa definizione, cioè, in soldoni, quale è la soglia che fa definire d’oro una pensione. Giovannini non si è espresso; si sono invece espressi sia “Fratelli d’Italia” che il M5S, ventilando cifre limite di 4-5.000 euro o addirittura di 2.500 euro. Se le correnti di pensiero sono queste, non ci sarà da stupirsi se quel ricattino giocato sulle percentuali di cui parlavo prima verrà attuato e sono certo che molti gioiranno vedendo in ciò la giusta punizione di chi troppo ha guadagnato e troppa pensione vorrebbe; altri, meno ideologizzati, ci vedranno semplicemente una necessità di equilibrio; altri ancora, tra cui il sottoscritto, ci vedrebbero invece un preoccupante ulteriore passo per spostare risorse dalla previdenza all’assistenza e cioè nella direzione contraria a ciò che è necessario fare e incoraggiare.

E’ stato ripetutamente sottolineato – da parte degli stessi opinionisti e politici che si sono guardati bene dallo spiegare i meccanismi del retributivo – come fosse necessario spostare risorse dalle ingiustificate pensioni degli attuali anziani a quelle insufficienti – perché contributive – dei giovani. E’ invece necessario e onesto dire che le retribuzioni superiori a 60-70.000 euro all’anno già generavano risorse per le pensioni altrui sotto forma di contributi mai più ricevuti indietro e che il calderone dell’Inps destinava all’assistenza anziché accantonarli per la previdenza futura e come il sistema di penalizzazione a cui si accenna e un tetto a 4-5.000 euro/mese andrebbero ancora nella direzione completamente sbagliata, togliendo ulteriori risorse a chi già neppure ottiene indietro i propri contributi.

Se non meglio ponderate e esplicitate, sarebbero misure non eque e che andrebbero ad accentuare l’assistenzialismo che già ci piaga in varie forme.

Non sarebbe poi male se qualsiasi intervento fatto sulla previdenza lo fosse in piena trasparenza, spiegando molto bene come i sistemi di calcolo del sistema retributivo fossero già finalizzati a una ulteriore redistribuzione delle risorse a valle di un sistema fiscale già fortemente progressivo; purtroppo da questo tipo di spiegazioni si astengono rigorosamente Inps, Stato e media che avrebbero difficoltà a propagandare scelte quali quelle fatte con la riforma Fornero giustificandole con una inesistente equità.