Il 25 aprile 2011 l’allora vicesindaco di Milano Riccardo De Corato annunciava con soddisfazione alla stampa di aver portato a termine il 500° sgombero di comunità rom sul territorio da lui amministrato. Per arrivare al record, in una giornata di festa, i vigili urbani avevano fatto gli straordinari allontanando 55 rom rumeni dal Cavalcavia Buccari. Il countdown degli sgomberi era partito mesi prima con i soliti comunicati stampa dell’ex esponente missino che con orgoglio e soddisfazione si autoassegnava una medaglia al merito ogni qualvolta le forze di polizia provvedevano ad allontanare famiglie rom distruggendone le abitazioni e lasciando per strada donne e bambini.

Campo Nomadi

Finiva puntualmente nel vuoto il tentativo delle organizzazioni per i diritti umani di ricordare a De Corato l’illegalità degli sgomberi, pianificati e realizzati in assenza delle garanzie procedurali minime previste dalle Nazioni Unite. Illegalità ma anche inutilità visto che le famiglie allontanate, non potendo dissolversi nel nulla, erano poi ricomparse su aree vicine.

La consuetudine di esaltare l’uso della ruspa per l’abbattimento di un’abitazione, di qualcosa di intimo e personale chiamato “casa”, genera amarezza e senso di disgusto. Lo stesso che molti di noi hanno avvertito nei giorni scorsi ascoltando il discorso di fine anno del sindaco di Cosenza Mario Occhiuto che ha tracciato il classico consuntivo di fine mandato. Nel punto centrale del suo discorso, l’inquilino di Palazzo dei Bruzi si è concentrato sullo sgombero dello storico insediamento lungo il fiume Crati avvenuto nei mesi precedenti facendolo diventare una “medaglia al merito”. «Riguardo a quanto abbiamo fatto per smantellare la baraccopoli sul fiume Crati, potremmo esportare come best practice la soluzione che abbiamo trovato e che si è rivelata efficace. È stata una soluzione non cruenta, con cui abbiamo completamente eliminato un problema che era presente a Cosenza da molti anni».

A Cosenza fino all’estate scorsa 490 persone vivevano lungo il fiume Crati. Poi, il 25 giugno 2015, lo sgombero improvviso, caotico, violento. Le baracche sono state abbattute e le persone trasferite in una tendopoli nel cuore cittadino. In un esposto presentato qualche giorno dopo è stato denunciato come all’interno delle tende la temperatura registrata fosse al limite della sopportazione, «esse non proteggono neanche dal freddo notturno e dalla pioggia: facilmente si allagano, come è già accaduto. I singoli nuclei familiari, sistemati al loro interno, sono poi separati semplicemente da un lenzuolo, cosa che rende impossibile ogni forma di intimità familiare. Le brandine fornite sono pressoché uguali a quelle che di solito si utilizzano per prendere il sole sulla spiaggia: si tratta di lettucci da campo, inservibili per tutti. Le docce disponibili forniscono per buona parte della giornata solo acqua fredda. I fornelli per la cottura dei cibi sono 14 per 450 persone e funzionano in modo alternato, a motivo della periodica mancanza di corrente elettrica. Nessuna possibilità di installare un frigorifero che permetta la conservazione di alimenti o medicinali specifici».

Molte famiglie esasperate e sfinite sono scappate cercando rifugio nei paesi vicini e ai pochi rimasti, nell’ottobre 2015, a fronte della chiusura della tendopoli, è stato proposto un viaggio di sola andata per Bucarest.
Nel discorso di fine anno il sindaco Mario Occhiuto, presentando come “buona pratica” il vergognoso sgombero sul fiume Crati, ha confessato quanto essa «non è facile esportarla come procedura istituzionalizzata perché ci vuole anche una buona dose di coraggio e di incoscienza da parte del sindaco che la pone in essere».

Non può chiamarsi coraggio quello del sindaco Occhiuto, così come non lo era quello del vicesindaco De Corato o quello di Salvini quando invoca la ruspa. È piuttosto incapacità a risolvere una problematica abitativa che riguarda i cittadini presenti sul proprio territorio; è codardia nel prendersela con quello scarto di umanità che è più facile allontanare piuttosto che sostenere; è spocchiosa irresponsabilità politica nel marcare confini tra cittadini che hanno e cittadini che non hanno.
Sono altre le medaglie al petto che un primo cittadino può fregiarsi di mettersi al collo e i nostri amministratori, da Milano a Cosenza, evitino di farlo sulla pelle dei più deboli. Anche se questo genera consenso a buon mercato e moltiplica i voti.