Dieci anni di lavori per recuperare il Villino Florio all’Olivuzza di Palermo, con il restauro del giardino che, scriveva Repubblica.it il 30 dicembre 2015 “è stato l’ultimo tassello del lavoro condotto da Soprintendenza, dal Centro del restauro e dal Centro di progettazione dell’Assessorato regionale ai Beni culturali”. Una meraviglia finalmente svelata, un pezzo della storia della città restituita alla collettività. Ma nonostante gli interventi, il risultato finale non è in linea con il “ripristino filologico” che si sarebbe dovuto realizzare. Anzi, il risultato dei lavori è stato l’abbattimento di 38 alberi.

La costruzione, nei pressi della Zisa in viale Regina Margherita, realizzata da Ernesto Basile tra il 1899 e il 1902 è una delle prime opere architettoniche in stile liberty italiane, ma anche uno dei capolavori dell’Art Nouveau in Europa. Dopo l’incendio del 1962, che a lungo ha reso fruibile solo parte degli interni, nel 1984 la consegna alla Soprintendenza che ne acquisì anche la gestione. Prima della riapertura del 2009, grazie ai fondi europei messi a disposizione della Sicilia nell’ambito del Por 2000-2006, sono stati diversi gli interventi di restauro sia di natura architettonica che decorativa.

“Elemento di grande interesse è rappresentato dal metodo utilizzato per il recupero. Il metodo filologico, infatti, cerca di ripercorrere, anche attraverso i materiali e la tipologia di lavorazione, tutto quello che Basile e i suoi collaboratori avevano identificato come il percorso migliore per arrivare a questo risultato”, diceva la Soprintendente di Palermo, Adele Mornino, nel 2009. Nel 2012 altri fondi europei. Quasi 292mila euro dal PO-Fesr 2007-2013 per il restauro della copertura e quello delle superfici lapidee, la realizzazione delle opere lignee decorative e vari lavori edili. “Nuove metodologie d’intervento per la riconfigurazione filologica” il titolo dell’intervento. Al quale è collegato anche il “Ripristino filologico del giardino storico del Villino Florio”, progettato dall’architetto Marilù Miranda, dirigente presso l’Assessorato regionale beni culturali e identità siciliana della regione. Lavori appaltati per oltre 128.700 euro nel giugno scorso.

Tutto concluso come da programma. Peccato che il risultato sia più che modesto. Quasi mortificante. Un viale d’accesso di sabbia pressata, allargato oltremisura, ed una desertificazione delle aiuole che ha comportato l’abbattimento di 27 alberi di “piccola statura”, oltre a di 21 tra quelli di “alta” e “media” statura, come da capitolato. Il motivo: “il recupero e la valorizzazione degli elementi del primitivo impianto, eliminando le aggiunte successive o le sovrapposizioni prive di significato”.

Operazioni che sia nella loro singolarità sia nel complesso appaiono contrastare con il “ripristino filologico” che si sarebbe dovuto realizzare. E che non trovano giustificazione nelle foto storiche del giardino, né nella Carta dei Giardini storici del Mibact, secondo l’opinione di Giuseppe Barbera, professore di Colture arboree all’Università di Palermo, il quale sul suo profilo facebook ricorda come ogni “intervento di restauro dovrà rispettare il complessivo processo storico del giardino. Pertanto ogni operazione che tendesse a privilegiare una singola fase assunta in un certo periodo storico e a ricrearla ex novo, a spese delle fasi successive, comporterebbe una sottrazione di risorse e risulterebbe riduttiva e decisamente antistorica”.

Insomma nel giardino di Villino Florio anziché procedere ad un “intervento di conservazione dell’esistente” si è preferito abbattere e sostituire. Anzi. Soltanto abbattere, dal momento che all’appello mancano gli alberi che da progetto si sarebbero dovuti reimpiantare. Un disastro che la Fondazione Salviamo Palermo ha cercato di fermare. Con una richiesta di chiarimenti alla fine dello scorso ottobre. Tutto inutile.

Nel Villino che, nonostante i restauri, non ha mai avuto alcun utilizzo, potrebbe trovare posto la sede della Fondazione Unesco Sicilia che infatti sul sito ha un‘immagine della costruzione e del giardino. Foto precedente ai lavori nonostante sia stata pubblicata dopo l’inaugurazione del giardino. Che sia il tentativo inconscio di non pubblicizzare uno scempio ingiustificato? Peccato che non ci sia più nulla da fare.