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La questione preliminare si riassume in questo breve blob di reazioni alle parole di Roberto Saviano contro il conflitto d’interessi del ministro per le Riforme. “È stato costruito un caso solo perché fa audience” (Davide Faraone, sottosegretario Pd). “Saviano ormai è alla disperata ricerca di visibilità, mi chiedo se questi post siano farina del suo sacco” (Ernesto Carbone, deputato Pd). “Maria Elena è persona rigorosa e trasparente. Il conflitto di interessi è una cosa precisa, mi sembra assolutamente fuori luogo usare l’autorevolezza acquisita in altri campi per emettere sentenze senza fondamento” (Dario Franceschini, ministro Pd). “Le dichiarazioni di Saviano servono più a una sua personale campagna promozionale, per vendere più libri e guadagnare, che a raccontare la realtà. Il suo attacco è fango puro, buttato addosso al ministro per alimentare odio, sospetti e istinti giustizialisti (Gianfranco Librandi, deputato Scelta Civica). “La correttezza e la linearità di Maria Elena sono fuori discussione. Un po’ di risentimento per quello che ha scritto Saviano c’è” (Antonello Giacomelli, viceministro Pd). Soccorso rosso pure da parte della minoranza Pd: Bersani, Cuperlo, Speranza. Anche i giornalisti sono in allarme. Corriere.it: “I veleni arrivano alla Leopolda. ‘Dov’è Maria Elena?’. Il partito la blinda dalle accuse. I fedelissimi: ‘È a Roma, a lavorare sulla legge di Stabilità’. Poi l’annuncio-sollievo: ‘Stasera arriva e parla dal palco’”. Huffington Post: “Leopolda sfigurata dall’attacco di Saviano contro Boschi”.

Può darsi che Roberto Saviano non abbia ragione quando chiede le dimissioni del ministro. Ma il punto è che ha tutto il diritto di farlo. Esercita una funzione, la critica, che dovrebbe essere il compito principale di un intellettuale e di un giornalista, “poiché è bene ricordare che il compito del giornalista è chiedere, il dovere del potere è rispondere”, ha scritto l’autore di Gomorra. Che ha posto un tema serissimo, ricordando l’opposizione a Berlusconi: “Quel potere era legittimo e democratico e quei governi frutto di libere elezioni: i media facevano il proprio dovere, tutelando quelle regole democratiche alle quali il signore di Arcore e il suo codazzo si richiamavano costantemente per fare quello che gli pareva e conveniva. Cosa è successo da allora? Cosa è cambiato nella nostra capacità di indignarci?”.

Le reazioni di cui sopra – che potremmo sintetizzare in un “come si permette” – dimostrano che Saviano ha ragione. Perché la politica non è abituata alle critiche come alle domande (le seconde domande, soprattutto). Altrimenti qualcuno, quando Franceschini ha detto “il conflitto d’interessi è una cosa precisa” gli avrebbe chiesto cos’è. E non è fango dire che Saviano prende una posizione per vendere libri? Non è così ovunque, nelle cosiddette democrazie avanzate: provate a seguire una conferenza stampa o un question time in aula del primo ministro inglese. Forse Saviano, scegliendo di pubblicare altrove l’articolo, voleva parlare anche al suo giornale, Repubblica, in prima linea nella battaglia contro Berlusconi e oggi nell’imbarazzo di fare il proprio mestiere con un governo di centrosinistra. Abilmente il premier ha messo – e da subito – tutti i non osservanti nella posizione di doversi difendere dall’accusa di gufismo. Il risultato è stato un immediato, collettivo sull’attenti, con la conseguente scomparsa dell’uso pubblico della ragione. Il dissenso porta sfiga: mossa abile, ma miope. Il plebiscito acritico non fa bene soprattutto al potere che così non è vigilato, stimolato, limitato. E dunque gli intellettuali non tradiscono solo la loro funzione: tradiscono i cittadini, gli unici che dovrebbero servire.

Da Il Fatto Quotidiano del 13/12/2015