Si fa più difficile la vita politica per Nicolas Maduro: la coalizione antichavista Mud (Mesa de Unidad Democratica) ha infatti conquistato la supermaggioranza dei due terzi del Parlamento, pari a 112 seggi su un totale di 167, contro i 55 seggi del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) da lui guidato. La conferma dei risultati è arrivata domenica 8 dicembre dal Consiglio nazionale elettorale (Cne) a 48 ore dalla chiusura delle urne. Inizialmente infatti al Mud erano stati assegnati 99 seggi, anche se da subito l’opposizione aveva dichiarato di essersi aggiudicata i 2/3 dei seggi. Ciò significa che ora il Mud ha i numeri per riformare la Costituzione, approvare leggi autonomamente, scavalcare veti dell’esecutivo, rimuovere magistrati del Tribunale Superiore di Giustizia o perfino convocare un referendum per porre fine al mandato presidenziale dell’erede di Chavez.

“Abbiamo la maggioranza qualificata”, ha detto Henrique Capriles, uno dei leader dell’antichavismo, che ha chiesto a Maduro “di mettersi agli ordini del parlamento al fine di lanciare il dialogo nel paese”. Dal canto suo Maduro è passato al ‘contrattacco’, dichiarando “guerra istituzionale” all’Assemblea non appena si insedierà all’inizio di gennaio. Ad ogni misura che prenderà il parlamento “risponderemo con una reazione, costituzionale, rivoluzionaria, e soprattutto socialista – ha detto, parlando nella sua consueta trasmissione televisiva del martedì En contacto con Maduro – La prima di queste sarà vietare la legge di amnistia per liberare i prigionieri politici che l’opposizione ha detto di voler approvare da subito”. Queste persone (tra cui l’oppositore Leopoldo Lopez, condannato recentemente a 13 anni di carcere) “hanno commesso delitti contro l’umanità imprescrittibili – ha tuonato il delfino di Chavez – durante le guarimbas (così vengono chiamate nel paese la chiusura delle strade accompagnate da azioni violente e vandaliche, ndr). Potranno inviarmi anche mille leggi, ma gli assassini del popolo devono essere giudicati e pagare”.

Tra le altre misure annunciate dal presidente venezuelano c’è la richiesta di dimissioni di tutti i suoi ministri per un processo di ristrutturazione e rinnovamento profondo di tutto il governo nazionale, e la promulgazione di leggi di protezione del popolo, tra cui quella di stabilità lavorativa per proteggere gli impiegati e funzionari dello Stato per i prossimi tre anni. Ha inoltre concesso in comodato d’uso per 200 anni alla Fondazione Hugo Chávez le istallazioni del Cuartel de la Montaña, l’antico Museo storico militare dove sono custoditi i resti del leader rivoluzionario dal 2013, che il governo teme che il nuovo Parlamento voglia far rimuovere. Maduro approfitterà di questi ultimi giorni, in cui potrà contare su un Parlamento a lui favorevole, per nominare i 12 magistrati che mancano al Tribunale supremo di giustizia (Tsj). Una mossa, hanno commentato diversi analisti politici, per avere nel Tsj un baluardo contro la nuova assemblea parlamentare.

E’ stata inoltre convocata per domani a Caracas una riunione straordinaria dei 980 delegati del Psuv per definire la strategia con cui affrontare questa nuova fase che si apre. Non sono mancate anche critiche agli elettori, “che hanno votato contro se stessi – ha accusato il Presidente – Io volevo costruire 500mila appartamenti il prossimo anno, consegnare 100mila taxi comprati in Cina, ma ora ho dubbi su ciò che posso fare con un’assemblea dominata dal fascismo. La destra vuole eliminare i piani sociali”.

Tuttavia la vittoria dell’opposizione non significa la fine del chavismo, almeno nell’immediato. Secondo diversi analisti politici infatti, la trasformazione prodotta in questi 17 anni è stata molto profonda e gran parte dei cittadini, pur avendo esercitato il voto di castigo verso Maduro, ancora si definiscono chavisti. Infine, perché ci possa essere un cambiamento profondo, serve l’accordo dei tre poteri dello Stato. Sicuramente ora l’erede di Chavez dovrà invece governare con un parlamento a lui ostile.