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Punto primo. Il giornalista che ha delle notizie le pubblica. Altrimenti fa l’ufficio stampa di qualcuno e non è un cronista. Questo vuol dire che pubblica anche quelle notizie “scomode” o che possono nuocere a persone a lui care. Questo è il mestiere del giornalista. Solo questo. Questo è ciò che ha testimoniato con il suo sangue di martire della verità, abbandonato da tutti, Giancarlo Siani, il cronista precario del Mattino ucciso dalla camorra a Napoli il 23 settembre 1985. Quello che si apre in Vaticano è il terzo processo penale in appena tre anni. Non ci sarà di certo un ingorgo giudiziario tra i tribunali del più piccolo Stato del mondo come in Italia, questo è senza dubbio, ma certamente la frequenza crescente di questi procedimenti non è un dato da sottovalutare. Nel 2012 fu la volta dell’ex maggiordomo infedele di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, condannato per il furto dei documenti riservati del Papa, alcuni di essi pubblicati dalla stampa e finiti anche nel libro di Gianluigi NuzziSua Santità”. Alla vigilia dell’ultimo Natale da Pontefice di Ratzinger, Gabriele fu graziato.

Nel 2015, tre anni dopo quel processo, è stato messo alla sbarra l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana, Jozef Wesolowski, accusato di pedofilia e pedopornografia e già condannato, nel procedimento canonico, in primo e secondo grado, per gli stessi reati alla riduzione allo stato laicale. Prima e unica udienza durata soltanto sei minuti con l’imputato assente perché malato e, poche settimane dopo, la notizia del suo improvviso decesso in Vaticano dove risiedeva. A distanza di pochi mesi da quello a Wesolowski si apre un processo che vede alla sbarra cinque imputati, un record per la giustizia vaticana, e per la prima volta ci sono anche due giornalisti, Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi autori dei due libri, “Via crucis” e “Avarizia”, dove sono pubblicati documenti e registrazioni riservati del Papa.

Insieme con loro verranno processati anche i presunti corvi, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, Francesca Chaouqui e Nicola Maio. Secondo il pm vaticano queste tre persone, all’interno della Prefettura per gli affari economici, dove Vallejo Balda era segretario, ovvero il numero due del dicastero, e dove Maio era il suo principale collaboratore, e della Commissione di studio sulle strutture economiche e amministrative della Santa Sede, di cui facevano parte il prelato e la Chaouqui, “si associavano tra loro formando un sodalizio criminale organizzato, dotato di una sua composizione e struttura autonoma allo scopo di commettere più delitti di divulgazione di notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato”.

Tutti i cinque indagati, secondo gli inquirenti vaticani, “si sono illegittimamente procurati e successivamente hanno rivelato notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato; in particolare, Vallejo Balda, Chaouqui e Maio si procuravano tali notizie e documenti nell’ambito dei loro rispettivi incarichi nella Prefettura per gli affari economici e nella Commissione di studio sulle strutture economiche e amministrative della Santa Sede; mentre Fittipaldi e Nuzzi sollecitavano ed esercitavano pressioni, soprattutto su Vallejo Balda, per ottenere documenti e notizie riservati, che poi in parte hanno utilizzato per la redazione di due libri usciti in Italia nel novembre 2015”.

Nessuno sa come finirà il processo. Gli imputati rischiano una condanna da quattro a otto anni di reclusione secondo la legge emanata nel 2013 proprio da Bergoglio. I due giornalisti sostengono che a essere processata sarà la libertà di stampa in un Paese, il Vaticano, dove essa non sarebbe garantita come in Italia da qualcosa di simile all’articolo 21 della nostra Costituzione. Una cosa è chiara: quella che si sta scrivendo è una pagina molto brutta della storia della Chiesa cattolica. Non è certamente la prima e non sarà sfortunatamente nemmeno l’ultima. Ce ne sono state di peggiori, senza rievocare i Borgia di ieri e la pedofilia di oggi, e non è escluso che il futuro non sia roseo, per usare un eufemismo, per la bimillenaria storia dell’istituzione ecclesiale. L’auspicio è che, una volta appurata la verità dei fatti, intervenga il Papa, alla vigilia del Giubileo straordinario della misericordia, con una parola chiara e concreta che non può andare nel senso opposto alla richiesta di una “grande amnistia” da lui già auspicata per l’Anno Santo.