Accusato di duplice omicidio negli Usa e fuggito in Italia, udienza a Torino per la convalida del fermo: “Non ho ucciso mia moglie, ho sbagliato a scappare”
Prima sorvegliato speciale a Houston con braccialetto elettronico, poi due giorni di fuga con false identità e infine l’arrivo in Italia. Sono queste le tappe della vicenda giudiziaria di Lee Mongerson Gilley, 39enne texano accusato negli Stati Uniti di duplice omicidio per aver ucciso nell’ottobre 2024 la moglie incinta. L’11 maggio è iniziata l’udienza davanti alla Corte d’appello di Torino per la convalida del fermo preventivo a cui era stato sottoposto nel Cpr del capoluogo piemontese. Dal centro per rimpatri però era stato trasferito nel carcere Lorusso e Cotugno, dove ora si trova in isolamento. L’uomo ha chiesto asilo politico in Italia dopo l’arrivo a Malpensa nei giorni scorsi perché afferma di temere la condanna alla pena di morte in Texas.
“Sono innocente, il mio unico errore è stato quello di scappare”, ha commentato in tribunale Gilley, raggiunto da un mandato di cattura internazionale con cui gli Stati Uniti ne chiedono l’estradizione. L’ingegnere informatico ha dichiarato di essere fuggito non solo per la paura della pena capitale, ma anche perché temeva di essere condannato dall’opinione pubblica ancor prima del processo a causa della pressione mediatica sul suo caso. In Texas è difeso dall’avvocato Dick De Guerin, mentre in Italia è seguito dalle avvocate Monica Grosso e Anna Muscat. “Lui si professa assolutamente innocente”, ha spiegato la legale Grosso, che ha presentato un’istanza di scarcerazione per farlo tornare nel Cpr. “Sarebbe la cessazione di una detenzione dal punto di vista penale, ma subentrerebbe la detenzione amministrativa”, ha spiegato la legale: “La possibilità di essere al Cpr gli permetterebbe di coltivare in maniera adeguata la domanda presso la commissione territoriale di richiesta di protezione internazionale, che è complicata da coltivare quando si è in carcere”.
Il giorno prima del processo, era intervenuto sul caso anche il legale di Gilley negli Stati Uniti: “La mia previsione – ha detto De Guerin – è che sarà estradato e per noi legali sarebbe meglio accadesse il prima possibile, perché ci siamo preparati per il processo, che inizia a giugno”. Secondo quanto riportato da La Stampa, l’ambasciata Usa ha fatto sapere attraverso lo Scip (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia), che per l’uomo “la pena di morte non è in discussione” e che “se riconosciuto colpevole, rischia l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale”.
Gilley per fuggire dagli Stati Uniti si è tagliato il braccialetto elettronico. Dopo due giorni di volo tra Canada e Italia con identità false è arrivato al Milano Malpensa dove gli agenti lo hanno fermato. L’uomo aveva due carte di identità a nome di un belga, Oliver Lejeune, e di uno statunitense, Jan Malet. In aeroporto ha firmato la richiesta di protezione internazionale, formalizzata dalla questura di Varese, “per salvare la mia vita”. “Ho rischiato tutto per venire in Italia per salvarmi. Spero di potere vivere in una società che mi accetti. Quella da dove provengo mi ha rifiutato e mi terrorizza. Ho molta paura di perdere la vita. Ho dei bravi avvocati, ma ci sono troppe cose che non vanno nel sistema del mio Paese”. Negli Usa, durante le indagini della polizia, Gilley aveva raccontato agli investigatori che la moglie, Christa Bauer, 38 anni, fosse morta per overdose e suicidio. L’autopsia aveva invece stabilito che a causare la morte era stata una compressione del collo.