Dopo gli attacchi di Parigi rivendicati dall’Isis, l’Europa alza la guardia e blinda le sue frontiere esterne. Saranno adottati controlli sistematici e coordinati anche per i cittadini Ue, nel tentativo di stringere le maglie sui foreign fighters, che una volta rientrati nei Paesi di provenienza dalla Siria si trasformano nella quinta colonna dello Stato islamico. Mentre il commissario Dimitris Avramopoulos si spinge “un passo oltre” e al consiglio straordinario Interni-Giustizia Ue lancia “l’idea ideale” di “un’agenzia di 007 europei“, obiettivo su cui cominciare a lavorare, “gettandone le basi”, come ricorda l’Ansa.

Ma sul progetto di un’agenzia di intelligence comunitaria Berlino e Parigi frenano. “Non siamo pronti a cedere sovranità su questo punto. Piuttosto dobbiamo fare in modo che i singoli Paesi collaborino di più”, mette in guardia il tedesco Thomas de Maiziere. “Per un’agenzia serve tempo. E qui di tempo non ce n’è. Ciò che si può fare è rafforzare al massimo la cooperazione”, avverte il francese Bernard Cazeneuve.

E il coordinatore antiterrorismo Ue Gilles De Kerchove, che si dice niente affatto stupito per quanto accaduto a Parigi, ricordando i suoi inascoltati appelli fin dal 2013 sulla pericolosità dei foreign fighter, chiarisce: un’agenzia di 007 Ue “nell’attuale contesto legale non è fattibile” perché l’intelligence è di competenza degli Stati, oltre al fatto che “i Paesi più grandi non sono interessati”.

Intanto il ministro Alfano propone di replicare a livello comunitario il modello del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, che in Italia “sta dando risultati”.
Quello che è certo, spronano De Kerchove e Avramopoulos, è che occorre una maggiore condivisione del lavoro delle intelligence, anche per rendere davvero efficace la stretta dei controlli alle frontiere. E citano un esempio su tutti: solo 5 Paesi su 28 partecipano al ‘focal point’ di Europol sui foreign fighter, fornendo il 50% delle informazioni. Quanto alla stretta sulle frontiere esterne, il capo del Viminale la definisce “un indurimento pesante” ma “necessario”. “Tutti i cittadini europei saranno controllati in entrata e in uscita”. Non saranno tenuti solo a mostrare il proprio documento, ma verranno sottoposti anche ad un controllo di polizia su nome e posizione giudiziaria sulla base di banche dati interconnesse.

Dal canto loro invece Francia e Germania manterranno i controlli anche ai confini interni fino a quando la crisi terrorismo non si sarà normalizzata. In realtà i controlli sistematici alle frontiere esterne per i cittadini Ue, erano già possibili da febbraio. La decisione era stata presa dopo l’attacco a Charlie Hebdo, ma molti Stati non li hanno messi in atto, visti anche i costi elevati per l’acquisto dei macchinari necessari per eseguirli. Per questo motivo la Francia, col sostegno degli altri Paesi, ora preme sulla Commissione affinché presenti una revisione mirata dell’articolo 7.2 del Codice Schengen, entro fine anno, per renderli obbligatori. Ma in questo caso è l’esecutivo di Bruxelles a frenare, nel timore che “mettere mano al codice Schengen sia come aprire un vaso di Pandora”.

Qualche passo avanti sembra all’orizzonte anche sul fronte del Pnr, il registro sui passeggeri dei voli su cui da anni Commissione e Consiglio battagliano col Parlamento Ue. Un accordo sembra possibile già per il prossimo consiglio Interni e Giustizia di inizio dicembre. Dovrà includere i voli intra-Ue e i dati dovranno essere conservati almeno per un anno. “La reazione collettiva per la lotta al terrorismo deve essere implacabile. L’Europa esca dagli indugi o si perderà”, avverte Cazeneuve.