Loris Stival sarebbe morto mentre giocava con le fascette elettriche che lo hanno strangolato. E’ l’ultima versione che la madre del piccolo, Veronica Panarello, ha dato a investigatori e magistrati di Ragusa. La donna ha dichiarato che si sarebbe trattato di un “incidente” avvenuto al suo rientro a casa, dopo aver accompagnato a scuola il figlio più piccolo. Stando al racconto fornito, dopo aver cercato di salvare il bambino la donna, in preda al panico, lo ha preso e portato nel canalone di Mulino Vecchio. E continua a ripetere agli inquirenti di “non avere ucciso Loris”.

E’ stata sentita negli uffici della Procura di Ragusa dal procuratore Carmelo Petralia e dal sostituto Marco Rota, al termine di una serie di sopralluoghi a Santa Croce Venerina e nella strada per il Castello di Donnafugata. Le perlustrazioni, scortate dalla polizia, avevano l’obiettivo di verificare la veridicità delle sue dichiarazioni – era stata interrogata per 7 ore la scorsa settimana – e di cercare lo zainetto blu e giallo che il bambino aveva con sé quella mattina.

I giudici hanno inoltre reso note le motivazioni depositate riguardo il respingimento della richiesta di scarcerazione da parte della difesa di Veronica. Secondo la Cassazione esiste un suo “elevato grado di probabilità della responsabilità per l’omicidio” di Loris Stival, sostenuto da gravi indizi di colpevolezza. Per questi motivi la donna deve rimanere in carcere. La custodia cautelare, poi, si basa “su una coerente analisi critica degli elementi indizianti e sulla loro coordinazione in un organico quadro”.

Tra gli elementi a carico della mamma di Loris ci sono “gli spostamenti dell’indagata accertati tramite le videoriprese delle telecamere pubbliche e private”, “il mancato arrivo a scuola del bambino”, “la localizzazione della donna tra le ore 9,25 e le ore 9,36 di quella mattina in zona prossima a quella in cui è stato trovato il cadavere“, “il ritrovamento a casa dell’indagata di fascette di plastica del tipo di quella utilizzata per strangolare il bambino” che la stessa Veronica aveva giustificato sostenendone la provenienza scolastica, poi smentita dalle insegnanti. A sfavore della donna si aggiunge la mancata telefonata al marito “una volta resasi conto della scomparsa del figlio”. Infine le dichiarazioni rilasciate dalla stessa Panariello il 13 novembre scorso che, secondo i giudici, rivelano “le menzogne nella ricostruzione dei suoi spostamenti”.

Il verdetto, articolato in 17 pagine, convalida l’ordinanza di arresto emessa il 3 gennaio 2015. Secondo i magistrati è stata la donna a fornire, nel corso degli interrogatori, tutti gli elementi per essere definita un soggetto “dalla personalità contorta“, motivo per cui è stata respinta la tesi della difesa, sostenuta dall’avvocato Francesco Villardita.  A questo si aggiungono le testimonianze della sorella, Antonella, dell’amica e vicina di casa, Claudia Giavatto, e i commenti captati nelle conversazioni intercettate. Infine, l’ultima versione, ancora diversa, secondo cui il bambino sarebbe morto per un “incidente“.