C’è voluta una citazione di Tolkien per trovare la metafora giusta, quel “mondo di mezzo” che un tipo decisamente navigato come Massimo Carminati ha usato per autodefinire quel mileu tipicamente romano divenuto, anche per la Cassazione, Mafia Capitale. Un sistema dove per intimidire bastava il nome, quel “Cecato” che Roma conosce e teme da decenni, un personaggio che riporta le lancette indietro agli anni ’70, ai tempi delle batterie di rapinatori che si unirono sotto il nome della Banda della Magliana. Se alla parola “capitale” si è associata l’espressione “mafia” – con tutto il peso giuridico che ne deriva – questo lo si deve soprattutto alla sua ingombrante presenza.

Il maxi processo che inizia oggi nell’aula Occorsio della cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio sarà una sorta di grande autodafé, un luogo simbolico dove s’incroceranno le tante città invisibili che attraversano la capitale. Dalle trame nere che avvolgono la storia di Carminati, fino al sistema corruttivo gestito dal “rosso” Buzzi, attraverso la cooperativa 29 giugno. Quarantasei imputati, 18 con l’accusa di associazione mafiosa, più di 200 testimoni, 4 udienze a settimana, con gli avvocati sul piede di guerra, pronti a dichiarare sciopero contro il calendario ritenuto troppo fitto.

Gli uomini di Mafia Capitale
Il primo e più pesante capo d’imputazione che aprirà il processo storico è l’associazione mafiosa. Diciotto gli imputati del primo troncone – il principale – che prese il via con gli arresti del 2 dicembre 2014.  Il dominus per la Procura di Roma è senza dubbio Massimo Carminati. Il decreto che dispone il giudizio parte dalla sua figura per descrivere l’organizzazione che ha ruoli e protagonisti ben definiti: “Coordina tutte le attività dell’associazione, fornisce le schede telefoniche dedicate per le comunicazioni riservate, individua e recluta gli imprenditori, mantiene i rapporti con gli esponenti delle organizzazioni criminali presenti a Roma, con istituzioni, forze dell’ordine e servizi segreti”. Il suo braccio destro è un altro nome ben noto nella Roma criminale, Riccardo Brugia, in passato gravitante nel mondo dei Nar. Per la procura è lui il custode delle armi, e dovrà difendersi dall’accusa di aver coordinato le attività estorsive. Vicinissimo a Carminati era Roberto Lacopo, il benzinaio di Corso Francia, uno dei luoghi preferiti dal “Cecato” per incontri e riunioni. Insieme a Matteo Calvio per l’accusa si sarebbe occupato delle estorsioni, in stretto coordinamento con Brugia.

L’ex consigliere del municipio di Ostia – sciolto per mafia – Fabrizio Fabio Testa si presenta a giudizio con l’ipotesi di essere stato la testa di ponte dell’organizzazione con il settore politico. Era lui – per i magistrati – il principale incaricato dell’attività corruttiva occupandosi delle nomine “di persone gradite all’organizzazione in posti chiave della pubblica amministrazione”. Assieme a lui risponde di associazione mafiosa anche Luca Gramazio, prima consigliere al comune di Roma e poi consigliere regionale del Lazio. Per i magistrati avrebbe posto “al servizio dell’organizzazione le sue qualità istituzionali” con una funzione di collegamento” tra il gruppo di Carminati e Buzzi con la politica.

Salvatore Buzzi – l’altro volto noto di Mafia Capitale, l’uomo ai vertici delle coop romane – potrebbe essere definito il vero referente finanziario, il lato imprenditoriale, con il compito di gestire “le attività economiche dell’associazione nei settori dei rifiuti, accoglienza migranti e profughi, del verde pubblico”. Accanto a Buzzi risponderanno di associazione mafiosa anche la sua segretaria Nadia Cerrito, tenutaria della contabilità, la compagna Alessandra Garrone (“condivide le strategie operative, contribuisce all’attività corruttiva”, secondo i magistrati) e Paolo Di Ninno, il suo commercialista di fiducia, l’uomo che per la procura gestiva i conti dedicati all’attività corruttiva. C’è poi Carlo Maria Guarany, stretto collaboratore di Buzzi nella cooperativa 29 giugno. Legato a Buzzi era Claudio Caldarelli, politico cresciuto a Cerveteri, che si occupava di “presentare presso i competenti uffici comunali – spiega un’informativa del Ros – la documentazione contabile per ottenere il pagamento dei canoni di locazione dei campi nomadi di proprietà o gestiti dal gruppo”.

Imprenditori accusati di associazione mafiosa sono anche Cristiano Guarnera, Agostino Gaglianone e Giuseppe Ietto, definiti dal Gip Costantini – che ha firmato il decreto di giudizio immediato chiesto dal procuratore Pignatone, dall’aggiunto Prestipino e dai pm Ielo, Cascini e Tescaroli – “collusi”, pronti a mettere a disposizione dell’organizzazione le proprie imprese nel settore dell’edilizia, della gestione degli appalti, del movimento terra e della ristorazione.

Attorno a Carminati agivano poi pezzi della Roma nera, quel “mondo di mezzo” nato e cresciuto all’interno del neofascismo della capitale, tra il fungo dell’Eur e Roma nord. Il più noto è Franco Panzironi, accusato di essere un “pubblico ufficiale a libro paga dell’associazione”. Era l’uomo che agiva all’interno della municipalizzata Ama, prima come Ad e poi come funzionario di rilievo, fornendo – secondo l’accusa – “uno stabile contributo per l’aggiudicazione degli appalti pubblici”. Dal gruppo dell’Eur veniva Carlo Pucci, legatissimo all’ex Ad dell’ente Eur spa Riccardo Mancini, che all’interno della società pubblica aveva un ruolo di rilievo. Secondo la Procura era anche lui un anello importante utilizzato dall’associazione per aggiudicarsi gli appalti. A chiudere il cerchio due nomi direttamente legati – per la procura di Roma – alla cosca dei Mancuso di Limbadi, Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, emersi nel corso delle indagini su alcune cooperative di pulizia.

Gli affari
Accanto alle estorsioni – almeno 5 gli episodi contestati – il gruppo Carminati-Buzzi puntava in alto, agli affari che contano veramente nella capitale. Prima di tutto i rifiuti, attraverso l’opera di condizionamento della municipalizzata Ama, stazione appaltante che spesso vedeva la cooperativa 29 giugno affidataria di diversi lavori. L’uomo chiave in questo caso era Franco Panzironi, che insieme a Giovanni Fiscon e ad “altri funzionari non identificati” avrebbe agito all’interno della società romana per favorire le coop riconducibili a Salvatore Buzzi. In cambio – sostiene l’accusa – Panzironi avrebbe intascato una “costante retribuzione di ammontare non determinato dal 2008 al 2013 e a partire da tale data pari a 15 mila euro mensili”. Non solo. Altri 120 mila euro sarebbero stati poi pagati come tangente (pari al 2,5% del valore dell’appalto) per un servizio “non ancora identificato”. Soldi che per i magistrati sarebbe stati destinati anche alla fondazione “Nuova Italia” di Gianni Alemanno. Su questo filone ci sono ancora molti punti non chiariti: per la gara destinata all’emergenza rifiuti di Roma, ad esempio, il Gip fa riferimento ad altri protagonisti “non identificati”, indicati come “rappresentanti di Federambiente”, ovvero la principale organizzazione imprenditoriale del settore.

Il gruppo delle coop di Buzzi avrebbe poi usufruito di un trattamento di favore anche da Carlo Pucci nell’affidamento di lavori da parte di Eur spa, in cambio della somma “ di 5000 euro mensili oltre alla somma di 15 mila euro una tantum”. Il tutto “previo concerto con Carminati”. Tra i capi d’imputazione vi sono poi appalti del comune di Sant’Oreste, in provincia di Roma, per il servizio di igiene urbana. Secondo l’accusa in questo caso sarebbero state pagate mazzette per 40 mila euro.

Il Comune di Roma era un “mucca da mungere” soprattutto per i lavori di manutenzione del verde pubblico, affidati, anche in questo caso, alle coop di Buzzi. Affari che vedevano, secondo i magistrati, il diretto interessamento di Massimo Carminati. Per ottenere i lavori il gruppo Buzzi avrebbe chiesto “ai competenti organi della giunta comunale di orientare la destinazione delle risorse economiche in bilancio” a favore delle cooperative controllate da Salvatore Buzzi. Una pressione continua e asfissiante, poi analizzata nel dettaglio dalla commissione di accesso inviata dal prefetto Franco Gabrielli.

Infine il lungo elenco dei capi d’imputazione del processo Mafia Capitale vede il business dei profughi. L’uomo chiave in questo caso è Luca Odevaine, sulla scena politica romana da almeno due decenni, strettamente legato al Pd. Secondo l’accusa avrebbe orientato a favore del gruppo Buzzi le scelte del Tavolo di Coordinamento nazionale sull’Accoglienza dei profughi, trasformando l’emergenza umanitaria in un enorme affare. Il tutto in cambio di mazzette con diversi zeri.