Il video in cui si vede il furgone descritto dagli inquirenti come quello di Massimo Bossetti aggirarsi attorno alla palestra frequentata da Yara Gambirasio è stato montato ad arte dai carabinieri in accordo con la procura di Bergamo per soddisfare “esigenze comunicative“. Quel filmato, che prima dell’inizio del processo è stato dato in pasto ai media forse per mostrare come il “cacciatore” Bossetti si aggirasse ossessivamente attorno alla palestra di Brembate di Sopra in cerca della sua “preda”, non è altro che un collage di immagini simili e non risulta depositato agli atti del processo. Ad ammetterlo nell’aula del Tribunale di Bergamo dove si svolge il processo all’unico imputato per il sequestro e l’omicidio della 13enne, è il comandante del Ris di Parma, il colonnello Giampietro Lago.

Ecco il dialogo – riportato da Luca Telese per Libero – tra l’ufficiale dell’Arma e l’avvocato del muratore, Claudio Salvagni: “Colonnello Lago, abbiamo visto questo video proiettato migliaia di volte. Perché adesso lei ci dice che solo uno di questi furgoni è stato effettivamente identificato come quello di Bossetti?”.

“Perché dice questo, avvocato?”.

“Perché, colonnello, sommare un fotogramma con il furgone di Bossetti con un altro fotogramma di un altro furgone è come sommare pere e banane!”.

“Questo video è stato concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti della circostanza che era emersa”.

“Cosa vuol dire colonnello?”.

“È stato fatto per esigenze di comunicazione. È stato dato alla stampa”.

Lago dunque ammette che il video è stato confezionato ed è un montaggio di più spezzoni di immagini immortalate da cinque telecamere diverse e che non c’è la certezza che mostri sempre lo stesso mezzo. Durante l’udienza è infatti stato accertato che una sola di queste telecamere ha fornito delle immagini sufficientemente chiare per identificare il furgone, e che solo quelle sono state depositate agli atti del processo. Non le altre. Che erano già state scartate dagli investigatori e infine riciclate per i mezzi di informazione. Nel tentativo, forse, di influenzare l’opinione pubblica sull’ossessione di Bossetti per Yara, scomparsa da Brembate il 26 novembre 2010 e ritrovata cadavere il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d’Isola.

Sul video e sulla testimonianza del comandante del Ris Lago interviene il presidente del Gruppo cronisti lombardi, Cesare Giuzzi, che indirizza una lettera aperta al procuratore capo di Bergamo: “In quel filmato – con il logo dei carabinieri – si vede un furgone simile a quello dell’imputato transitare diverse volte nei dintorni del luogo della scomparsa della vittima. In alcune riprese, per la verità, si vedono soltanto dei fari ma secondo gli inquirenti si trattava del mezzo dell’imputato – scrive Guzzi – Scopriamo soltanto grazie alla testimonianza del comandante Lago che in realtà quelle riprese erano state in buona parte scartate dagli stessi investigatori perché inservibili. Tanto che l’analisi dei Ris disposta dall’accusa si è concentrata solo su due riprese, le migliori, realizzate da una sola telecamera (quella della ditta Polynt)”.

“Il comandante Lago ha detto che ‘il video è stato concordato con la Procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti della circostanza che era emersa’. In pratica – attacca il presidente dei cronisti lombardi – egregio procuratore, questo video è stato confezionato per la stampa che chiedeva conto delle accuse contro l’imputato (…) Ma a noi continua a risultare curioso che in questo Paese due istituzioni (la procura e l’arma dei carabinieri) considerino i giornalisti uno strumento per fare ‘pressione‘ a favore della propria tesi, propinando falsi all’opinione pubblica che non hanno alcun valore processuale, utilizzando la stampa in maniera strumentale. E ci permettiamo, vergognosa”.

Conclude Giuzzi: “Qui la questione non è l’innocenza o la colpevolezza di Bossetti, che verrà decisa dai giudici. Noi però siamo convinti che i processi si debbano ancora tenere in tribunale e non nei salotti televisivi. Per questo abbiamo chiesto, anche se ci è stato negato, di poter riprendere il dibattimento. E per questo oggi chiediamo conto del perché ci è stato consegnato dagli inquirenti del materiale presentato in una certa maniera e poi, in pratica, disconosciuto da quegli stessi inquirenti in aula”.