L’uomo che in poche settimane ha conquistato la segreteria del Partito Democratico e ha defenestrato un presidente del Consiglio – Enrico Letta – anticipando l’impresa con un hashtag che rimarrà nella storia (#enricostaisereno) tenuto in scacco da un sindaco dimissionario, alla gogna da settimane per qualche migliaio di euro di spese opache effettuate con la carta di credito del Comune e fino all’altro giorno dato per finito. E’ il rapporto di forza che in questo momento intercorre tra Matteo Renzi e Ignazio Marino. Il primo in viaggio di Stato in Sudamerica e rimasto sostanzialmente in silenzio sulla vicenda degli scontrini che sta provocando la caduta del sindaco di Roma, per inciso esponente di quel Partito Democratico che, sempre più incartato, aspetta da lui un cenno su come dirimere la questione. Il secondo che, dopo aver rassegnato le dimissioni il 12 ottobre, si avvicina alla data del 2 novembre – giorno in cui le stesse diventeranno irrevocabili – agendo come se sedesse sulla più solida delle poltrone e lasciando trapelare l’intenzione di ritirarle e andare avanti come se nulla fosse successo. La guerra di nervi tra il “marziano” e il Pd si gioca su uno scacchiere che somiglia a un campo minato: sotto ognuna delle caselle, in un campo e nell’altro, si nasconde un ordigno – regolamentare e politico – pronto a esplodere.

L’idea di Marino: ritirare le dimissioni – Fino a qualche giorno fa Marino pensava di convocare il consiglio per affrontare la vicenda in sede politica, ritirando le dimissioni dinanzi all’Assemblea. “Verifichiamo quello che succede in aula – spiegava martedì l’assessore all’Ambiente, Estella Marino, ai giornalisti che le chiedevano cosa farebbe se il sindaco facesse dietrofront, dando così per scontato che Marino avesse deciso di andare alla conta – questa vicenda è soprattutto politica e nelle sedi politiche va affrontata”. Ma il Testo Unico degli Enti locali prevede che dalla convocazione alla riunione del consiglio possano passare fino a 20 giorni, termine che sforerebbe, e di molto, il limite del 2 novembre, giorno in cui le dimissioni diventeranno irrevocabili. Quindi Marino potrebbe revocare le dimissioni senza passare per l’Assemblea. Se lo facesse, resterebbe in sella e potrebbe andare avanti per un po’ a furia di delibere di giunta, ma senza una maggioranza con cui amministrare una città che ha estremo bisogno di essere amministrata. Quanto durerebbe? Al massimo fino al 31 dicembre, data entro la quale l’assemblea deve approvare il bilancio (che potrebbe slittare non oltre gennaio). Sarebbe uno strappo senza precedenti, con il quale il sindaco rischierebbe di dare di sé l’immagine del politicante che non molla la poltrona. L’immagine peggiore per un politico che potrebbe ripresentarsi alle primarie del Pd e, nel caso probabile di sconfitta, correre per il Campidoglio con una sua lista civica in grado di far perdere al Pd un bel gruzzolo di voti.

Le mosse del Pd: presentare una mozione di sfiducia… – Per portare a termine il dietrofront Marino non ha bisogno di chiedere un voto dell’Assemblea capitolina: gli basta ritirare le dimissioni. A quel punto la palla passerebbe al Pd, che potrebbe presentare una mozione di sfiducia e andare al voto. Ma la strada è impervia: per farla passare, i dem avrebbero bisogno del “voto della maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio”, si legge nel regolamento comunale. Ovvero del voto favorevole di 25 consiglieri su 48, quando il Pd ne conta soli 19. Dove andare a prendere gli altri 6? Servirebbe un’alleanza con uno dei gruppi dell’opposizione, strada difficilmente praticabile e che metterebbe in serio imbarazzo il Nazareno.

…o far dimettere in blocco i consiglieri. Ma è ancora più difficile – Seconda possibilità: i consiglieri Pd dovrebbero dimettersi in blocco, ma le stesse dimissioni dei soli democratici non basterebbero a far cadere l’intero consiglio. Secondo l’articolo 45 del Tuel, infatti, al consigliere dimissionario subentra il primo dei non eletti e solo a esaurimento della lista scatta la decadenza. “Nei consigli provinciali, comunali e circoscrizionali – recita il comma 1 – il seggio che durante il quinquennio rimanga vacante per qualsiasi causa, anche se sopravvenuta, è attribuito al candidato che nella medesima lista segue immediatamente l’ultimo eletto”. Cosa accaduta, ad esempio, per Mirko Coratti, presidente dell’Assemblea Capitolina dimessosi il 27 giugno perché coinvolto in Mafia Capitale e sostituito da Cecilia Fannunza. Ma per far decadere l’intero consiglio servirebbero le dimissioni della metà dei consiglieri più uno, ovvero 25 su 14, come prevede il comma 2 dell’articolo 9 del regolamento del Comune. Quindi il Pd dovrebbe trovare altri 6 consiglieri di opposizione disposti a lasciare la poltrona pur di far cadere un sindaco del Pd. Un’altra soluzione che metterebbe in imbarazzo il Nazareno. Impresa non facile al di là dell’opportunità politica: tutti e 19 consiglieri dem dovrebbero lasciare la poltrona dopo aver speso un capitale in campagna elettorale dopo appena due anni e mezzo di mandato. Di certo non potranno contare sui 4 membri di Sel, che ha fatto sapere di non prendere “neanche in considerazione l’ipotesi dimissioni”.

Il gruppo del Pd è spaccato – Un dato alla base dell’immobilismo: il gruppo dem in consiglio comunale è diviso. Secondo un retroscena riportato da La Repubblica, nei giorni scorsi Matteo Orfini ha convocato i consiglieri del Pd e ha chiesto loro da che parte stanno. Risultato: 9 si sono schierati contro Marino e 10 si sono detti al suo fianco. In attesa di un intervento di Renzi tanto invocato quanto lento ad arrivare, lunedì mattina, poi, i consiglieri dem si sono riuniti e hanno diramato alle agenzie una nota con la quale prendono tempo senza esprimere una posizione chiara: “Ribadiamo che il gruppo consiliare e il Partito democratico sono tutt’uno nel giudicare l’amministrazione Marino – si legge nella nota, in cui non si spiega quale sia il giudizio del Pd – la posizione assunta dal Pd nazionale e da tutti noi non è mai cambiata rispetto al 12 ottobre, quando il sindaco ha presentato le dimissioni, ogni futura decisione sarà condivisa e concordata con il partito”. “Ognuno di noi ha una posizione diversa – ha ammesso lo stesso capogruppo Fabrizio Panecaldo – io sono per non votare nessun atto contro il sindaco insieme alle destre.

M5S: “L’unica mozione di sfiducia è la nostra, il Pd la voti” – “L’ammutinamento del Pd verso Marino è la solita farsa. Dicono di essere pronti a sfiduciarlo ma come? – domandano in una nota i consiglieri M5S – c’è infatti una sola mozione di sfiducia depositata in assemblea capitolina: la nostra”. “E anche se il Pd ne presentasse una oggi questa – proseguono – non potrebbe essere votata, perché il regolamento prevede la mozione è messa in discussione non prima di dieci giorni e non oltre trenta giorni dalla sua presentazione. Questo significa che al momento c’è solo un modo per mettere fine a questo circo delle “dimissioni si-dimissioni no” di Ignazio Marino, ovvero che il Pd e tutte le altre forze politiche votino la nostra mozione”. “Marino in questo momento è dimissionario – ha spiegato in giornata a Montecitorio Roberto Casaleggio, cofondatore del Movimento – ed è nostra intenzione, a prescindere da quello che farà, vincere le elezioni. A Roma, come a Bologna, presenteremo una nostra squadra” per il governo della Capitale.