L’attacco è pesante. “Alla fine la questione dell’elezione diretta dei senatori è servita alla minoranza del mio partito solo per forzare la mano e ottenere una rappresentanza al governo“. È scura in volto Laura Puppato, la senatrice del Partito democratico (Pd) che alle primarie del 2012 per la leadership del centrosinistra sfidò in un colpo solo Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani (che ne uscì vincitore). Sull’accordo raggiunto fra maggioranza e dissidenti dem sulla riforma del Senato, la parlamentare veneta, convinta sostenitrice della riforma e della linea del premier, ha però le idee chiare.

Parole pesanti, senatrice.
Certo. Personalmente trovo deludente smerciare i grandi ideali per un piatto di trippa. La giudico una sconfitta di quella parte del Pd che ha sempre alzato la bandiera della credibilità. Le dico un’altra cosa, esattamente così come la penso.

E cioè?
I senatori che fanno capo a Denis Verdini, i quali stanno credendo in questo governo e che peraltro hanno già votato la riforma, mi sembrano più coerenti. La minoranza Pd ha portato avanti solo un interesse particolare, devo dire a ragion veduta, non un valore. A posteriori, mi sembra di aver visto giusto quando non capivo le ragioni di questa battaglia.

E quali sono le sue perplessità?
Senato e Camera, nei primi due passaggi, hanno apportato 134 modifiche al testo iniziale. Non sempre però, come è noto, i cambiamenti portano migliorie. Ci sono delle cose che non vanno, a cominciare da una forte riduzione delle potenzialità legislative del Senato. Per non parlare del fatto che in futuro l’Aula di Palazzo Madama, secondo le modifiche apportate alla Camera, non dovrebbe avere titolo per esprimersi su due norme di particolare rilevanza, ovvero il respingimento o la modifica delle leggi europee, anche attraverso la legge di delegazione europea, e l’approvazione e la richiesta di modifica delle leggi di bilancio.

Solo questo o c’è dell’altro?
C’è un’altra cosa che, a mio avviso, ha del clamoroso, per la quale molti cittadini immagino salteranno sulla sedia quando verranno a saperlo.

Di cosa si tratta?
Quando si parla dei consiglieri regionali non si fa riferimento ai presidenti delle Regioni. Lo trovo un errore molto grave.

In che senso?
Semplice: loro per primi dovrebbero far parte del Senato.

E di chi è la colpa di questa dimenticanza?
Non certo del governo, che inizialmente aveva previsto che queste figure andassero a comporre il nuovo Senato. Anche in questo caso hanno prevalso stupidi interessi di bottega.

Con quali conseguenze?
Per le piccole realtà, per esempio Valle D’Aosta, Marche, Molise e Basilicata, che dopo la riforma saranno rappresentate al Senato da un solo consigliere regionale, qualcuno si è reso conto che il seggio sarebbe andato direttamente al governatore. Ciò avrebbe comportato l’impossibilità di poter indicare, a piacere, qualsiasi altra figura. Così il testo è stato modificato creando questa distorsione. Ma Palazzo Madama deve rappresentarle queste autonomie o no?

Ma allora è diventata renziana anche lei?
Credo di aver sempre mantenuto una mia obiettività ed oggettività. Il presidente del Consiglio può piacere o no, ma è indubbio che ciò che sta cercando di fare è srotolare quelle matasse rimaste aggrovigliate per troppo tempo. Personalmente, ci sono cose che mi piacciono di più e altre di meno. Ma, prima di giungere a conclusioni affrettate, rischiando di consegnare il Paese nelle mani di Salvini e Grillo, sarebbe il caso di dargli tempo per completare le riforme che cambieranno un sistema Paese malato.

Twitter: @GiorgioVelardi