La crisi dei migranti, strettamente connessa a quella della guerra in Siria, pone tre sfide all’amministrazione Obama. La prima è sicuramente umanitaria. Da più parti arrivano all’amministrazione americana richieste di un maggior impegno nell’assistenza ai profughi. C’è poi il tema regionale: come la crisi siriana si colloca nel più ampio quadro dei rapporti con Iran e Arabia Saudita. C’è infine la “questione russa”. Damasco sta infatti diventando un teatro sempre più importante nelle travagliate relazioni con Mosca.

Le immagini di questi giorni – il corpo di Aylan Kurdi raccolto sulla spiaggia turca, il Tir pieno di migranti soffocati in Austria, le file di migliaia di siriani che dall’Ungheria si dirigono in Germania ha scosso larghi settori dell’opinione pubblica americana. Da più parti arrivano a Barack Obama richieste perché gli Stati Uniti si impegnino di più.”In un momento delicato, nelle relazioni tra Stati Uniti e mondo arabo, l’offerta di un porto sicuro ai rifugiati siriani sarebbe un segnale positivo”, spiega il senatore democratico Dick Durbin.

Gli Stati Uniti, sino allo scorso marzo, avevano accolto circa 1500 profughi siriani. Molto pochi, rispetto alle migliaia arrivati in Libano, Giordania, Egitto, Turchia, e a quelli, altre migliaia, che cercano di ricollocarsi in Europa. “Gli Stati Uniti aprano i propri confini ai rifugiati”, ha chiesto David Miliband, presidente dell’International Rescue Committee. L’obiettivo sarebbe far entrare almeno 65 mila profughi nei confini statunitensi entro la fine del 2016. L’amministrazione Obama, per ora, non ha preso alcun impegno ufficiale. “Abbiamo già offerto 4 miliardi di dollari in assistenza umanitaria – ha spiegato il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest – e per ora non abbiamo altri annunci da fare”.

Nell’amministrazione si pensa a misure di emergenza, che possano velocizzare le operazioni di entrata nel Paese per i profughi, senza però prendere alcuna misura formale rivolta a chi lascia la Siria. Non tutti sono però d’accordo. Il repubblicano Peter King ha fatto saper che “seppure la vasta maggioranza dei rifugiati siriani non ha legami con gruppi terroristici… resta la necessità di un’intelligence per identificare i legami con il terrorismo”. King non è il solo, soprattutto tra i repubblicani, a temere che aprire le porte ai profughi possa portare all’arrivo di persone con legami con Al Qaeda e lo Stato Islamico. Anche se Anne Richard, assistente Segretario di Stato, ha spiegato che “non esiste alcun indizio di legame tra profughi e terrorismo”, questa preoccupazione può avere un certo peso, a Washington, soprattutto in un anno elettorale.

Esiste poi un altro capitolo, quello della crisi siriana nel quadro più generale dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi delle regione. Secondo lo UN High Commissioner for Refugees, Antonio Guterres, in Siria sono morte almeno 250 mila persone e 11 milioni sono stati costretti a lasciare il paese. “La più alta percentuale di rifugiati al mondo”, ha spiegato Guterres. Di fronte a questa crisi, di dimensioni senza precedenti, il ruolo giocato dagli Stati Uniti è sembrato troppo timido. “Gli effetti orripilanti del fallimento di Obama in Siria”, titolava qualche giorno fa il Washington Post. Sulla crisi siriana, il presidente ha suscitato molte, troppe perplessità. Prima la minaccia, poi rientrata, di un intervento militare contro Assad. Poi, per mesi, i balletti su come armare i ribelli siriani – e quali armare. Infine l’obiettivo, mai raggiunto, di “degradare e distruggere” lo Stato Islamico.

Il fatto è che la crisi siriana si è collocata sullo stesso sfondo di un’altra questione internazionale fondamentale per Obama: quella del nucleare iraniano. Il governo di Assad si trova nella sfera di influenza – e di finanziamento – dell’Iran, e i funzionari americani non hanno voluto mettere a rischio i negoziati sul nucleare con prese di posizioni troppo dure nei confronti di Assad. “Obama è stato molto riluttante a offendere gli iraniani in questo momento così critico”, ha detto Frederic Hof, ex-consigliere dell’amministrazione per la Siria. Ciò avrebbe condotto a una particolare tolleranza per le atrocità commesse dal regime di Damasco. Senza contare che proprio la crisi siriana è stata vista dall’Arabia Saudita come una prova del sostanziale disimpegno degli Stati Uniti dall’area. Nelle scorse ore re Salman bin Abdul Aziz dell’Arabia Saudita ha fatto visita a Obama e il presidente Usa ha cercato di rassicurarlo sulla
continuità del proprio impegno. Una promessa che non sembra avere grande presa sui sauditi. Il governo di Riyadh ha già scelto di procedere da solo, nella crisi siriana, con l’appoggio alla fazioni islamiche e anti-Assad di Jaysh Al Islam.

Resta poi il nodo della Russia. Nelle ultime settimane Mosca ha inviato in Siria un team di esperti ed equipaggiamenti, ciò che lascerebbe pensare a un maggior impegno militare in Siria. “Non siamo certi delle intenzioni russe, ma sono dei movimenti che ci preoccupano”, hanno detto fonti del Pentagono al New York Times. E’ possibile che nelle prossime settimane almeno 1000 militari russi si insedino in una base aerea vicino alla città natale di Assad. Gli americani osservano anche da vicino i movimenti della flotta russa e sono pronti alla possibilità di raid aerei russi in aiuto di Assad. E’ un’ipotesi che preoccupa Washington. I raid potrebbero interferire con gli attacchi aerei americani sulle postazioni dello Stato Islamico, oltre a prendere di mira i gruppi di ribelli appoggiati da Washington. Il risultato è facilmente prevedibile: un allargamento pericolosissimo della guerra siriana e il definitivo tracollo delle speranze americane di
gestione della crisi.