Iran, la stampa Usa boccia la bozza di accordo di Trump: “Nessun trionfo. È un vicolo cieco e un azzardo politico”
L’ombra che Donald Trump sia sul punto di cedere a un pessimo accordo, il timore che l’intesa confligga con gli interessi americani e la convinzione che la vittoria politica dell’amministrazione americana sia ormai sfumata. Perché il regime dei pasdaran non è stato smantellato, nonostante già nelle prime ore del conflitto la Casa Bianca esultasse dell’eliminazione dei vertici di Teheran. Nelle ore in cui i mediatori di Stati Uniti e Iran tentano di concordare una bozza che metta in pausa in conflitto, i giudizi dei media Usa sulla strategia e le conseguenze dell’attacco dal 28 febbraio mostrano un quadro incerto, e obiettivi che non sono stati raggiunti.
Per David Ignatius, l’opinionista di politica estera del Washington Post, “se Donald Trump riuscirà a ottenere un accordo di pace, sarà scampato a quello che era ormai un pantano militare e un vicolo cieco strategico. Scommettere che i Pasdaran si uniscano alla costruzione di uno stato moderno è tuttavia un azzardo. Trump però non sembra avere a disposizione opzioni migliori”, scrive Ignatius, sottolineando che la exit strategy di Trump dall’Iran è un azzardo, ma il presidente non ha soluzioni migliori. “Guardando indietro a tre mesi di blocco e di guerra – continua -, quello che stupisce è la scarsa chiarezza che Israele e Stati Uniti avevano su come aiutare il popolo iraniano a creare uno stato moderno”, ha osservato. Dal board editoriale del Wall Street Journal si chiedono se Trump stia salvando il regime con l’accordo quadro che – secondo quanto emerso – prevede 60 giorni per trattare e concessioni americane prima della firma di un’intesa sul nucleare. Ma “salvare ora il regime tramite un salvataggio economico costituirebbe un vero tradimento degli interessi americani e ancor più del popolo iraniano”, sottolinea il quotidiano finanziario, ricordando che l’Iran “è entrato in guerra facendo i conti con crisi economiche e politiche interne, che sono state aggravate dal conflitto”.
Se Washington Post e Wall Street Journal valutano negativamente il quadro complessivo e quanto trapelato rispetto ai punti del negoziato, anche l’analisi di Stephen Collinson di Cnn mette in luce l’insoddisfazione bipartisan e lo scetticismo con cui state accolte le ultime parole di Trump sul dossier Iran. Sia i falchi conservatori che i democratici sono convinti che il tycoon sia sul punto di cedere a un pessimo accordo, sottolinea Collinson, che ricorda come molte volte il presidente americano abbia affermato che un accordo per fermare il conflitto contro l’Iran fosse imminente. Inoltre scrive di una “pace insoddisfacente” con questioni cruciali da risolvere in seguito, e un aumento delle tensioni a Washington, che potrebbe essere “la miglior speranza” per porre fine a una guerra “mal pianificata”, iniziata con un “livello scarso di consultazione con il Congresso e il popolo americano”. Ed ecco il “dilemma di Trump“: riprendere la guerra potrebbe avere gravi conseguenze sul piano politico e a livello economico e concluderla alle migliori condizioni possibili potrebbe essere altrettanto problematico e impopolare.
Trump “non può vincere” dal punto di vista politico, incalza l’analisi, citando sondaggi che mostrano come la maggior parte degli americani si opponga alla guerra. Ma, prosegue, presidenti sono spesso “tentati di intraprendere nuove avventure militari per salvare la faccia” o cercare una via d’uscita che spesso si trasforma in un pantano e Trump è sottoposto a pressioni molto forti per trovare una soluzione, con i prezzi del gas in aumento, il ‘gradimento’ in calo al pari del sostegno dei repubblicani al Congresso, sia sul dossier Repubblica islamica che su altre questioni. Tutto mentre si avvicinano le elezioni di midterm.
L’analisi non tralascia le indiscrezioni diplomatiche che suggeriscono potrebbe essere imminente un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’allentamento del blocco navale Usa e scrive di una svolta che potrebbe costituire un punto di partenza per colloqui che l’Amministrazione cercherebbe di utilizzare per contrastare qualsiasi residua ambizione nucleare iraniana. Un accordo più concreto, che vada oltre l’attuale fragile tregua, verrebbe accolto con favore a livello globale. Ma, viene sottolineato, i dettagli che emergono su un eventuale accordo con Teheran lasciano intendere termini di un’intesa che potrebbero andare ben oltre le capacità di Trump di trasformare il negoziato in un trionfo. L’analisi cita le indicazioni secondo cui Washington potrebbe sbloccare alcuni beni iraniani e ridurre gradualmente il blocco per convincere l’Iran a riaprire lo Stretto di Hormuz e conclude come tutto questo servirebbe di fatto a convalidare la leva negoziale acquisita dall’Iran durante la guerra e a privare gli Usa di carte importanti da giocare. E qualsiasi impegno da parte dell’Iran sul suo controverso programma nucleare verrebbe accolto con molte riserve a Washington, oltre al fatto che appare piuttosto contenuto, data la complessità del dossier, un periodo di 60 giorni per i negoziati per risolvere i restanti nodi sull’arricchimento dell’uranio. Altro motivo di cautela sta nel fatto che non è chiaro se l’Iran, con un sistema di governo ancor più opaco dalla morte dei suoi leader ‘storici’ durante la guerra, accetterà qualsiasi accordo di pace gli Usa sembrino disposti a offrire.
La storia dimostra che l’Iran sarebbe ben felice di trascinare gli Usa in un lungo periodo di diplomazia inconcludente. Per anni o mesi. Erano contrastanti i messaggi arrivati nelle scorse ore da Teheran. E, secondo l’analisi, le linee di un accordo proposto sono ben lontane dalla “resa incondizionata” che Trump aveva chiesto all’Iran a inizio marzo. In questo contesto, secondo la rete americana, alcuni repubblicani temono Trump stia per cedere. “Undici settimane fa, circa, il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, e il Dipartimento della Difesa ci dicevano di aver annientato le difese dell’Iran e che sul materiale nucleare era solo questione di tempo – ha osservato ieri il senatore Thom Tillis – Ora parliamo di una posizione in cui potremmo accettare che il materiale nucleare rimanga in Iran? Che senso ha?”. Scettico anche il senatore Roger Wicker, a capo della Commissione per le Forze Armate del Senato, che su X nei giorni scorsi non ha lasciato spazio a fraintendimenti. E sabato il senatore Lindsey Graham, alleato di Trump, ha avvertito che consentire all’Iran di consolidare il proprio vantaggio con il controllo dello Stretto di Hormuz modificherebbe gli equilibri di potere nella regione. Poi ci sono i democratici. Dall’inizio delle operazioni militari contro l’Iran, lo scorso 28 febbraio, con Israele, lo hanno accusato di aver dato inizio alla guerra e lo contestano per il possibile epilogo. Il senatore Cory Brooker ha detto chiaramente di essere “molto indignato” perché “il presidente ha affermato di aver intrapreso questo accordo per affrontare la questione del programma nucleare” e “questo accordo non risolve il problema”. Secondo la Cnn, Trump sembra aver in qualche modo ascoltato i timori. “Ho informato i miei rappresentanti di non affrettare la conclusione dell’accordo, dato che il tempo è dalla nostra parte”, ha scritto ieri il tycoon su Truth. Intanto esponenti repubblicani insistono sui benefici di una pace. Di “flusso massiccio” di petrolio ha parlato Kevin Hassett, a capo del Consiglio economico nazionale. “I prezzi del petrolio crolleranno” appena ci sarà un accordo, ha assicurato il deputato Byron Donalds, candidato governatore per la Florida. Parole pronunciate anche se molti analisti hanno avvertito che ci vorrà tempo.