gay pride gerusalemme

Vi ricordate la copertina del settimanale Maroc Hebdo. Diffuso nel giugno 2015, nei chioschi dei giornali rimase esposto per meno di 24 ore e subito ritirato a causa della copertina che riproduceva due giovani ragazzi al bordo di una piscina in atteggiamento amoroso e soprattutto con un titolo che diceva: Bisogna bruciare gli omosessuali?

E ancora vi ricordate recentemente, il 30 luglio, l’assalto dell’ebreo ultraortodosso Yshat Schlissen al Gay Pride di Gerusalemme con il ferimento di cinque persone e la morte di una giovane ragazza, Shira Banki. Nonostante la gravità dell’accaduto negli ambienti ultraortodossi, dopo l’arresto dell’assassino, sono spuntate come funghi cartelli di solidarietà con Schlissen. Il mito dell’apertura della società israeliana, della sostanziale accettazione della omosessualità, spesso una cartolina di facciata si è rivelato fragile ed ha mostrato le differenze esistenti tra Tel Aviv e Gerusalemme. Nessuno dei rappresentanti delle associazioni omosessuali di Tel Aviv, secondo quanto riporta Le Monde, ha fatto lo sforzo di partecipare alle manifestazioni che son state organizzate dopo la morte di Shira. Da questo si può dedurre l’isolamento in cui vivono gli omosessuali a Gerusalemme i quali sono oppressi e discriminati in quanto considerati portatori di disvalori in una città sacra. Certo l’omosessualità è stata depenalizzata nel 1988 ma nella società, come d’altra parte anche da noi, vi sono resistenze nell’accettare queste differenze. I politici cercano di minimizzare la portata delle contraddizioni, ma non sono loro che si confrontano con le discriminazioni quotidiane: dall’alloggio, al modo di vestirsi, dalla libertà di seguire le propri tendenze sessuali ai rifiuti di essere serviti in un ristorante.

Alla oggettiva ghettizzazione a cui sono sottoposte le associazioni di Lgbt (Lesbiche, Gays, Bisessuali, Transessuali) bisogna aggiungere la paura della polizia in un Paese come l’Egitto nel quale l’omosessualità non è formalmente interdetta dalla legge, ma considerando i costumi e soprattutto il peso della religione, essa è fortemente repressa. Sono rari i casi in cui vi sono dichiarazioni spontanee sulle proprie tendenze sessuali. Da una inchiesta sul settimanale Al Ahram Hebdo, un giovane egiziano di trenta anni confessava alla giornalista la sua omosessualità, e aggiungeva di sentirsi fortunato non del suo stato ma del fatto che la sua voce non aveva una connotazione sonora femminile e che non avrebbe mai confessato le sue tendenze sessuali ad altri.

Il terrore serpeggia in questi ambienti e la discrezione è assoluta. Soprattutto dopo che 22 persone sono state arrestate in un bagno pubblico e accusati di atti osceni. In effetti questo è lo strumento legale per reprimere qualsiasi tentativo di uscire allo scoperto: il reato di atti osceni. La polizia interviene tutte le volte che vi è una segnalazione. Entra nelle case perquisisce e decide se ci si trova di fronte ad atti osceni o no. Oggettivamente non esiste solo un restringimento dello spazio pubblico in quanto è impensabile la creazione alla luce del sole di una qualsiasi associazione per i diritti degli omosessuali, ma vi è un restringimento degli spazi privati se nessuno si può sentire al sicuro all’interno della propria casa.

Vi sono alcune statistiche sul numero di omosessuali in Egitto, ma è molto difficile avere un riscontro certo, quello che sembra accertato secondo un sondaggio fatto dal Pew Institut è che solo il 3% degli egiziani è disposto ad accettare l’omosessualità. Questa situazione di repressione genera comportamenti schizofrenici e fa registrare un numero elevato di suicidi. Le amicizie sono controllate e filtrate per timore di infiltrazioni da parte della polizia. La vita in una società conservatrice deve essere semplice e rispondere ad un ritmo di sempre: nascere, avere un mestiere, sposarsi e fare figli il resto non conta.