cleprin

Ecco la foto di una fabbrica bruciata dalla camorra. Me la manda Elena. Scrive che non è un’istallazione, un’opera d’arte di qualche bizzarro artista, ma la Cleprin che “dava lavoro a 33 famiglie” e che l’altra notte è stata incendiata.

Mi scrive “io vengo ora da qui”. Cerco in rete la notizia, scrivo a Elena per saperne un po’ di più… ma le parole che mi restano in testa sono “io vengo ora da qui”.
Non si viene da “qui”. Si viene da laggiù, da quella parte, da quel posto. Venire da qui significa che sei venuta via, ma non del tutto. Che mi stai dicendo “questa non è una notizia, ma una cosa concreta, fatta di roba vera. L’ho vista io, non l’ho letta da qualche parte”.

Questo non è un articolo, ma poche righe messe in fila per riflettere sulle notizie che leggiamo in giro. Sui giornali, ma soprattutto nella magnifica rete virtuale che convince tutti di stare al centro del mondo anche quando stanno seduti alla tastiera in un buco qualunque del creato. Chi è interessato a questa storia vada a cercarsela nel sud del nostro paese.
Insomma sono solo poche righe scritte in fretta.

Da vent’anni i frequentatori della rete ci dicono che non dobbiamo credere ai media ufficiali, ai giornali di grande tiratura, ai telegiornali in giacca, cravatta e messa in piega. Giusto! Ma allora chi devo sentire per sapere quel che accade? (Oltre al fatto che molti potrebbero smettere di guardare in rete o in televisione e tornare in strada…)

Elena mi ricorda che bisogna stare nei posti coi propri occhi. E mi fa venire in mente (paragone azzardatissimo, lo ammetto) Piero Terracina quando la giornalista televisiva con la musichetta di sottofondo il 27 gennaio di qualche anno fa gli mostrò i bambini di Auschwitz. Gli disse (a lui che c’era stato rinchiuso) “come vi sentivate in quel momento?”
Si aspettava una risposta tragica, una di quelle che stanno bene con la musica di Schindler’s list, col filo spinato in bianco e nero delle trasmissioni nel giorno della Memoria.
Ma Piero disse “io ero contento perché era finita la guerra e ci stavano liberando”.
Coinvolti dalla finzione televisiva non ci eravamo accorti che le immagini che stavamo vedendo raccontavano la liberazione e non la reclusione di quei bambini.

Ecco.
Questa è la mia riflessione. Una persona che fotografa un capannone industriale bruciato dalla Camorra si preoccupa del fatto che sembri una cosa finta e non una cosa vera.
E noi quanto ce ne preoccupiamo?