Il Brasile è stato ed è tuttora una fucina di religioni e nuove religioni. Vi è passato di tutto, dal cattolicesimo all’islam, dal Candomblé ai riti indigeni, dall’induismo al buddismo. Non mancano nemmeno la magia e l’esoterismo, quest’ultimo legato anche alla massoneria. Di questi temi ne vorrei parlare più diffusamente più avanti, ne ho accennato solo per introdurre ciò di cui vorrei parlare ora ovvero i culti ancestrali degli indigeni delle foreste. Si tratta di un tema non solo di carattere culturale, ma anche di grande attualità, come andrò a spiegare.

Da alcuni decenni si è diffuso in città brasiliane, specie presso la media e alta borghesia di matrice europea, l’utilizzo di una miscela allucinogena (legale in Brasile per scopi religiosi) conosciuta come Ayahuasca, usata dagli indios per scopi rituali e curativi da millenni. L’ho sperimentata anche su me stesso, con effetti sconvolgenti, e il resoconto della mia prima esperienza si trova a questo link, sul mio blog personale.

I rituali nei quali viene consumata la miscela presso gli occidentali o comunque i “non indios” avvengono all’interno di gruppi ormai radicati, conosciuti come Santo Daime o União Vegetal e altri. Sono presenti in tutto il paese in grandi metropoli come in piccoli centri. Partecipano ai rituali anche famiglie con bambini, dirigenti d’azienda, politici e persino capi religiosi, tanto per intenderci. Ma da meno di un decennio a questa parte si sta verificando ulteriormente un nuovo fenomeno: l’ulteriore avvicinarsi alle culture indigene di alcuni gruppi della popolazione perlopiù colta e intellettuale. Studenti universitari, docenti, ma anche professionisti e ricercatori autonomi, attori, sociologi, editori, scrittori, reporter, artisti anche famosi si stanno rivolgendo con sempre maggior determinazione al mondo indigeno che sembra avere parecchio da offrire.

Lo scorso anno è uscito, sotto il patrocinio del Governo Federale, un libro dell’editrice Ana Dantes, di Rio de Janeiro, specializzata in edizioni culturali, il quale per la prima volta mette su carta quella che era sempre stata una tradizione orale. Ovvero la conoscenza millenaria di erbe dell’Amazzonia, finora tramandata oralmente di curandero in curandero, di padre in figlio. Il libro in questione ha diverse caratteristiche peculiari, fra le quali quella di essere bilingue, portoghese e lingua indigena, e di essere stampato su una carta speciale che resiste all’umidità tropicale estrema. La lingua indigena è quella degli Huni Kuin, il popolo coinvolto in questo progetto realizzato insieme a scienziati botanici dell’Università di Rio e con il prestigioso Jardim Botanico della città.

Di recente una delegazione di Huni Kuin è stata ricevuta ufficialmente, insieme al gruppo di ragazzi e ricercatori brasiliani che lavorano con loro in Brasile, da esponenti del governo austriaco nella sede del Parlamento a Vienna.

Delegazione di Sciamani Huni Kuin in visita ufficiale a Rio de Janeiro. Jardim Botanico
Delegazione di Sciamani Huni Kuin in visita ufficiale a Rio de Janeiro. Jardim Botanico

Ma questa è solo una delle diverse vicende che stanno portando le popolazioni indigene alla ribalta. Sterminate e discriminate per secoli oggi stanno vivendo un riscatto senza precedenti e si stanno avviando interessantissimi percorsi di ricerca congiunta.

Sebbene tali popolazioni siano ancora in molte aree non solo discriminate, ma anche a rischio, il riconoscimento della loro sapienza millenaria sta avanzando con decisione. Io stesso tempo fa ho partecipato a una cerimonia ufficiale, avvenuta sul piazzale antistante il Cristo Redentore in cima la Corcovado a Rio. Gli Huni Kuin erano stati accolti dall’arcivescovo metropolita di Rio Orani João Tempesta. E durante la cerimonia al Corcovado Padre Marcus, vice dell’arivescovo, ha ufficialmente chiesto scusa, a nome della Chiesa Cattolica, ad alcuni capi degli Huni Kuin, delle terribili efferatezze occorse nei secoli passati nei confronti degli indigeni.

Sebbene si tratti di popoli che hanno bisogno di aiuto sul piano materiale e che spesso devono affrontare grandi difficoltà logistiche, sono portatori di una sapienza millenaria che non si esaurisce nella conoscenza delle piante, ma spazia dall’artigianato all’arte per arrivare alla psicologia del profondo e a concezioni filosofiche anche di altissimo livello. Vi sono altri popoli, come quello dei Fulni-o del Pernambuco (con i quali collaboro personalmente per la diffusione della loro cultura), i quali sono riusciti per 500 anni, nonostante l’impatto devastante con i conquistadores e il mondo occidentale, a mantenere vive antichissime tradizioni. I Fulni-o, sebbene non si trovino distanti da grossi centri urbani ogni anno passano oltre un mese in zone selvagge a fare quello che oggi chiameremmo coaching motivazionale, utilizzando canti e danze di altissimo livello, pitture corporali e artigianato sopraffino, e prove psicoattitudinali quantomeno interessanti. Lo fanno per mantenere viva la forza, l’autodeterminazione e la coesione sociale e familiare.

Aritana. Uno dei capi dei Fulni-o del Pernambuco
Aritana. Uno dei capi dei Fulni-o del Pernambuco

Giovani e meno giovani brasiliani si avvicinano con sincerità agli indios per cercare percorsi alterativi di autoanalisi e approfondimento spirituale, tramite l’utilizzo dell’Ayahusca, ma anche con altri mezzi legati allo stile di vita indio. L’utilizzo dell’Ayahuasca peraltro si sta rapidamente diffondendo in diversi altri paesi, e in Europa anche in città come Milano, Torino, Roma, Parigi, Berna, Lione, ovunque.

Ovviamente ci sarà sempre il furbo di turno che non mancherà di sottolineare come i ricchi occidentali (disperati come i poveri) non sappiano più cosa fare o per impiegare il tempo o per trovare una via d’uscita all’impasse culturale e sociale nel quale si trova il mondo tecnologico o semplicemente per andare una volta di più fuori di testa. E quindi si aggrappano pure a dei poveri selvaggi.

D’altra parte è giusto rimarcare il fatto che uno scambio di tecnologia materiale con tecnologia di carattere spirituale potrebbe perlomeno essere interessante e occorrerebbe osservare le cose con umiltà e serenità. Approfondisco il tema nel mio blog personale a questo link.

Nel frattempo chi ritiene che i poveri indios siano solo selvaggi che non fanno altro che intralciare il progresso meraviglioso delle idroelettriche e dello sfruttamento minerario del suolo deve solo sperare che si evolvano in fretta e lascino perdere le loro ridicole credenze, oppure che spariscano il più rapidamente possibile. Mentre a chi crede che antiche conoscenze possano servire seriamente anche agli occidentali non resta che sperare possano essere proficui questi nuovi sviluppi di dialogo interculturale.

Foto: @maurovillone