Gli unici che se ne sono accorti, finora, sono gli attivisti di Amnesty International: oggi, 9 luglio, sarà in Italia in visita ufficiale il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev (nella foto con il premier Matteo Renzi durante un ricevimento a Villa Pamphili dello scorso anno), uno dei leader più criticati per la sistematica violazione dei diritti umani.  Arriva a Milano insieme alla first lady Mehriban Aliyeva per assistere all’alzabandiera che aprirà la giornata nazionale dell’Azerbaigian all’Expo 2015. Poi, nel pomeriggio, incontrerà Renzi a Palazzo Chigi. Appuntamento alle 16.30. Pubblicità dell’evento: meno di zero.

Semplice dimenticanza del governo? O imbarazzato desiderio di non ripetere il can-can dell’anno scorso, quando la firma dell’accordo strategico bilaterale tra Italia e Azerbaigian fu accompagnata da polemiche feroci e da mille critiche sull’opportunità di intrattenere rapporti con un presidente-dittatore che reprime il dissenso e incarcera i giornalisti? Possibilissimo. Anche stavolta, infatti, Amnesty si è messa di punta contro il governo: il direttore della sezione italiana, Gianni Ruffini, in una lettera a Palazzo Chigi ha chiesto ufficialmente di affrontare con Aliyev “il tema delle violazioni dei diritti umani”.

Alla missiva, Ruffini ha allegato l’allarmante rapporto Azerbaigian: i Giochi della repressione, in cui si denuncia “la soppressione del dissenso, la detenzione di oltre 20 prigionieri di coscienza e ulteriori violazioni dei diritti umani che hanno preceduto, accompagnato e seguito i primi Giochi europei, terminati alla fine di giugno”. All’inaugurazione ufficiale dei giochi, a Baku, il 12 giugno, molti big dell’Europa infatti non c’erano. Troppe polemiche, troppe critiche, troppo imbarazzo: “Dietro l’immagine ostentata dal governo di una lungimirante, moderna nazione”, scrive infatti Ruffini a Renzi, c’è una realtà molto dura: “giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani che osano sfidare il governo vanno incontro ad accuse inventate, processi iniqui e lunghe pene detentive“. Gli uffici delle Ong più critiche nei confronti del governo sono stati chiusi, le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono state costrette a lasciare il paese, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa (di cui, tra l’altro, l’Azerbaigian fa parte) ha addirittura denunciato di non avere più interlocutori a Baku perchè sono stati incarcerati tutti.  Persino Bono, il leader degli U2, è stato dichiarato persona non grata da quando apre i suoi  concerti con un appello a Iliyaev: libera i prigionieri politici.

E’ questo il clima in cui, il 12 giugno, a rappresentare l’Italia, tra il reggente di San Marino, Ornella Muti e i principi di Monaco (occupati più che altro a  inaugurare una mostra su Grace Kelly), è spuntato  Claudio De Vincenti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Una presenza ufficiale e di buon peso simbolico: prima di arrivare a Chigi, De Vincenti era infatti viceministro allo Sviluppo Economico.

Insomma: Matteo Renzi non vuole farsi travolgere pubblicamente dalle critiche, ma non sembra avere intenzione di chiudere con Iliyaev o con l’altro famoso presidente-dittatore del Kazakistan, Nursultan  Nazarbayev. Esattamente come ai tempi di Silvio Berlusconi. Quale sia l’interesse in gioco con Aliyev oggi non è chiarissimo: la bilancia commerciale (circa 7 miliardi di euro) è tutta a vantaggio di Baku e a svantaggio di Roma, con un rapporto 6 a 1. I grandi progetti di cooperazione annunciati nel trattato bilaterale sono ancora di là da venire. Il mitologico progetto del gasdotto Tap, il Trans Adriatic Pipeline, che attraverso Grecia e Albania porterà in Europa il gas del mar Caspio, secondo gli ambientalisti non coprirà nemmeno il 10 per cento del fabbisogno nazionale, ma in compenso rovinerà irreparabilmente la costa pugliese a Melendugno, dove infatti è già scoppiata la rivolta No-Tap.

Per fortuna di Renzi, e di Aliyev, non tutti sono così critici. Per esempio i  circa 50 deputati e senatori iscritti all’associazione interparlamentare  Amici dell’Azerbaigian, che ha sede legale a palazzo Madama (per “costruire un ponte su base istituzionale che generi un gemellaggio d’intenti comuni in campo culturale, sociale e di produttività economica”) ed è capitanata dal senatore della Lega Nord Sergio Divina.

Divina sta all’Azerbaigian come Antonio Razzi alla Corea del Nord: è il cantore di Baku, l’oratore del “tutto bellissimo”. Né sono da meno gli altri membri del gruppo,  come l’ex senatore leghista Roberto Mura, il deputato Pino Galati o il senatore Claudio Fazzone, entrambi forzisti. Tra un viaggio a Baku e un convegno in Italia, non risultano aver mai detto qualcosa sui diritti umani violati. Anzi, al contrario. Quando,  martedi 23 giugno, l’assemblea plenaria del Consiglio d’Europa ha discusso e votato il rapporto sulla condizione dei diritti umani e democrazia in Azerbaigian, qualcuno ha presentato un emendamento per chiedere “il rilascio di tutti i prigionieri politici, inclusi coloro che hanno collaborato con l’assemblea parlamentare”. L’emendamento è passato con 119 voti a favore, 32 contrari e 14 astenuti. Tra gli italiani presenti, è ovviamente segnalato il pollice verso di Divina. Ma anche quello di un parlamentare Pd, Andrea Rigoni