Quello che sta accadendo in queste ore ha un che di irreale. Sembra la classica scena di un film d’azione con il conto alla rovescia che è ormai agli sgoccioli e il protagonista che suda sette camicie per disinnescare l’ordigno. Solo che questo non è un film, di eroi non ce ne sono e, forse, anche il conto alla rovescia non è poi così vincolante se gli stessi creditori, come sembra, sono disposti a spostare le lancette un po’ più in là. Una situazione così surreale e paradossale da rasentare la farsa, se non fosse per i momenti drammatici che stanno vivendo i cittadini greci, già stremati da anni di austerity e crisi, e per il rischio di contagio finanziario che potrebbe vanificare la già debole ripresa europea e ributtare nella spirale recessiva i Paesi più deboli dell’Eurozona, prima fra tutti l’Italia.

Mentre l’orlo del baratro si avvicina, la partita a poker tra il governo greco e la troika va avanti in un modo talmente spregiudicato che nessuno è più in grado di capire quali siano davvero le regole. Innanzitutto, quale proposta di accordo verrà sottoposta a referendum il 5 luglio? Il governo Tsipras sembra intenzionato a mettere ai voti la proposta dei creditori che era stata presentata al tavolo ma non approvata per via della decisione di abbandonare il tavolo delle trattative. Domenica però la Commissione europea ha diffuso un’altra bozza d’accordo, successiva e anch’essa non approvata, il cui testo è differente. E già questo è un particolare non di secondo conto, che giocherà un ruolo importante nei prossimi giorni nel tentativo di influenzare gli elettori in un verso e nell’altro, ammesso che il referendum abbia poi valore legale visto che diversi costituzionalisti greci e leader dell’opposizione hanno sollevato più di un’obiezione sul quorum parlamentare con cui è stata approvata l’indicazione del governo, sul quesito e sui tempi di convocazione inferiori al mese previsto.

Al tempo stesso i leader europei si dicono disposti a cercare compromessi pur di non abbandonare la Grecia a se stessa, mentre i funzionari di Bruxelles sostengono che la Grecia potrebbe chiedere un altro piano d’aiuti all’Europa, ma le condizioni sarebbero le stesse che il governo Tsipras ha respinto. E la stessa cancelliera tedesca Angela Merkel, pur dicendosi disposta a trattare , ha sottolineato con forza che se anche ci si risiedesse attorno a un tavolo alla Grecia non potrebbe essere concesso alcun finanziamento-ponte perché “non vi è alcuna base legale” per concedere un prestito. Dunque i segnali che arrivano sono contradditori e fanno pensare che in realtà la partita che si sta giocando è quella sull’esito referendario. Una partita politica dunque, ma il coté economico non è un dettaglio: se è vero che il 30 giugno la Grecia non rimborserà la tranche di prestito al Fondo monetario e che quest’ultimo si limiterà a mettere in mora il debitore evitando così un default conclamato, è anche vero che il 30 giugno scade il programma di aiuti e che la stessa Bce non potrà più sostenere le banche greche erogando la liquidità d’emergenza. In questi giorni l’istituto di Francoforte aveva negato l’innalzamento della soglia degli aiuti, ma aveva continuato a fornire supporto: con la fine del piano d’aiuti e il default di fatto (anche se non ancora di diritto) di Atene, il sistema bancario greco si trova in stato di insolvenza e proprio per questo la Bce non potrà più erogare un euro. Però il poker andrà avanti, almeno fino all’esito referendario e poco importa se Standard & Poor’s taglia il rating della Grecia da CCC+ a CCC con outlook negativo, anché perché la stessa agenzia statunitense continua a ritenere che vi sia un 50% di probabilità che la Grecia resti nell’euro (anche se è destinata a fallire in assenza di riforme).

E i mercati? Oggi l’impatto è stato molto forte sulle Borse asiatiche ed europee, con Piazza Affari che ha perso oltre il 5% e, soprattutto, sui titoli di Stato dell’area mediterranea: la Bce è dovuta intervenire massicciamente sul mercato acquistando Btp per contenere lo spread che in mattinata stava superando i 200 punti, per poi chiudere a quota 159. Massicci gli acquisti anche sui titoli spagnoli e portoghesi, i cui rendimenti, come per quelli italiani, si sono comunque impennati, mentre sul mercato valutario la Bce è intervenuta di concerto con la banca centrale svizzera per calimierare il franco e stabilizzare le quotazioni dell’euro anche nei confronti del dollaro. Ma per quanto forte, si è trattato ancora di una reazione “normale” dei mercati che nei giorni scorsi avevano puntato al successo del negoziato con la Grecia. Le stesse Borse hanno di fatto stornato i guadagni delle ultime sedute: l’indice FtseMib ha chiuso a 22.569 punti, un livello che è ancora superiore ai 22.328 punti della chiusura di lunedì 15 giugno e a subire le perdite maggiori sono stati i titoli bancari che erano anche quelli ad aver guadagnato di più nell’euforia delle scorse sedute.

Insomma, essendo ancora  in corso una partita a poker e vedendo che le regole cambiano ogni giorno, per non dire ogni ora, è difficile che i mercati imbocchino una strada precisa e tenderanno a rimanere molto volatili fino all’esito referendario, oscillando al ritmo dei sondaggi. Poi però a urne chiuse e a risultato acquisito, bisognerà calare le carte. E allora rischiano di essere dolori davvero.