Quando mancano sei giorni al referendum sulle misure di austerità proposto da Alexis Tsipras, le prime ore in Grecia con banche e tribunali chiusi sono state caratterizzate non solo dall’appello europeo per il sì, con il numero uno della commissione europea Jean Claude Juncker che si è espresso contro l’oxi, il no, pronunciato dal premier. Ma soprattutto dall’ipotesi sventolata dai conservatori di Nea Dimokratia che le molteplici pressioni interne possano clamorosamente impedire a Tsipras di arrivare al referendum.

Il partito dell’ex premier Antonis Samaras avvierà dalle prossime ore una campagna dal titolo “Viviamo in Europa“. L’obiettivo è sensibilizzare i cittadini a votare sì alla consultazione popolare per tornare ai negoziati con i creditori internazionali ed evitare il caos incontrollato, tanto nel Paese quanto nel resto d’Europa. Ricevuto per la seconda volta in una settimana dal capo dello Stato Procopios Pavlopoulos, dello stesso partito di Samaras e nato come lui a Kalamata, di cui nella tarda serata di ieri si erano ventilate le dimissioni per sciogliere il Parlamento (subito smentite), il leader di ND ha lasciato intendere che “alla fine il governo non raggiungerà il referendum di domenica“. I conservatori pensano che la pressione esercitata sul piano politico, economico e sociale sarà tale da costringere Tsipras alla marcia indietro e cercare un’altra via di fuga per evitare il peggio: per se stesso e per il primo governo di sinistra della storia ellenica.

Per questo Samaras ha chiesto ufficialmente al primo ministro di ritirare il referendum e tornare ai negoziati. In particolare, ha invitato il popolo greco a “mantenere la calma e a mostrarsi unito perché questo referendum è una farsa”. E ha organizzato una cabina politica pro Europa, assieme alla segretaria del Pasok Fofi Gennimata, per stimolare i partiti pro-europei a fare muro contro la “deriva autolesionistica di Tsipras”. Hanno anche avuto un rapido colloquio telefonico con Jean Claude Juncker e altri ne seguiranno nelle prossime ore con i leader europei, tra cui i primi ministri di Spagna e Portogallo, Rajoy e Coelho, direttamente interessati al discorso del memorandum in quanto Piigs. Ma anche con il cancelliere tedesco Angela Merkel con cui Samaras conserva un buon rapporto. La mossa si scontra con la denuncia di alcuni membri di Syriza secondo cui il terrorismo mediatico che ha gettato nel panico tanto i cittadini greci quanto i turisti spaventati di restare senza contanti, sarebbe stato orchestrato da chi non ha a cuore le sorti della Grecia e dell’Europa intera.

Le schermaglie tra i partiti sorgono anche attorno alla scheda del quesito referendario. Secondo l’ex ministro conservatore Kiriakos Mitsotakis la scelta del governo di mettere in alto la casella con il “no” rappresenta un atto grave e inaccettabile. E su twitter scrive “vergogna, voteremo sì al referendum”. Attacca l’eurodeputato del Syriza Manolis Glenzos secondo cui “in caso di vittoria del sì il governo dovrà dimettersi e andare a nuove elezioni”. Chiude nettamente all’opzione governo di larghe intese: “Fare un governo di unità nazionale? E con chi? Con quelli che hanno portato la gente a questo punto, che hanno aumentato la disoccupazione, l’austerità e la malnutrizione di popolo greco? Quelli hanno già malgovernato negli ultimi sei anni”.

La stessa votazione sarebbe illegale anche secondo l’ex ministro socialista Evangelos Venizelos, secondo cui il via libera del Parlamento sarebbe incostituzionale per mancanza del quorum necessario. Secondo la Costituzione, è la tesi di Venizelos che è anche costituzionalista, per convovare un referendum servono i voti di tre quinti dei 300 deputati quindi 180 e non della metà più uno. Mentre a votare per sì due giorni fa sono stati in 178. Inoltre secondo quanto sostenuto dal quotidiano Protothema quattro costituzionalisti greci, l’ex ministro Antonis Manitakis, Michalis Stathopoulos, Giorgos Sotirellis e Giorgos Sotirellis, il referendum sarebbe incostituzionale perché convocato in soli dieci giorni, meno di quanto previsto dalla carta. Infine secondo il dettato dell’art. 44 è proibito indire un referendum su questioni fiscali.

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