“Il governo ci sta raggirando, ci stanno chiedendo di votare e nessuno si prende la briga di spiegarci cosa accadrà il giorno dopo”. Theodoros con la sua camicia a righe blu e bianche, da cui spunta la maglietta della salute, parla concitato. È arrabbiato e spaventato, a sentirlo senza vederlo si potrebbe pensare si tratti di un giovane dei centri sociali. Invece è un ex impiegato, un colletto bianco, arrivato alla pensione ancora in piena forma. “Siamo in gruppo di paesi in cui ci conviene restare, se usciremo dall’Europa diventeremo come il Kosovo o l’Armenia. Mi spiace parlare così di questi paesi, ma non so più dove stiamo andando”. In fila con Theodoros, ai bancomat della National Bank ad Atene poche ore dopo l’annuncio del referendum sul programma di aiuti Ue e soprattutto dopo la decisione del premier Tsipras di chiudere le banche, ci sono diverse persone che annuiscono alle sue parole. “I nostri soldi sono al sicuro in queste banche –commenta Shysos, che ha ascoltato scalpitando per poter dire la sua- e sono al sicuro perché c’è l’Europa, se non fosse così i risparmi di una vita di milioni di greci verrebbero risucchiati nel debito nazionale”.

Il primo giorno di serrata delle banche greche non è l’apocalisse che in molti si aspettavano. Il partito dello status quo, il ceto medio che la crisi l’ha pagata e la sta ancora pagando, si è messo in coda davanti agli sportelli automatici delle banche. Non di tutte le banche, solo di quelle pubbliche, perché le private preferiscono non rifornire più i distributori. “Ci mentono, non fanno altro che mentirci – Christos se la prende con l’addetto alla sicurezza della banca- alla tv hanno detto che oggi le banche ci avrebbero dato le pensioni e voi mi date 60 euro, come faccio a pagare le bollette. Voglio entrare e parlare con il capo”. Ci vuole un po’ perché si calmi e si allontani. Marios lavora all’ingresso della banca dal 2011 “ho vissuto a Parma per anni, ho studiato lì. Sono tornato in Grecia proprio nel momento peggiore, ma ho trovato lavoro e sono rimasto”. Neo assunto a 1500 euro, con quasi 50 ore di lavoro alla settimana, poi sempre meno “oggi prendo 800 euro, non devo pagare l’affitto, ma con un figlio piccolo e mia moglie con un part-time da 250 euro, non ce la faccio a coprire le spese”. Non si spaventa Marios delle intemperanze dei pensionati, durante le proteste di due anni fa “difendeva” la filiale della banca pubblica che si trova sotto il ministero delle Finanze. “I politici corrotti –spiega Marios che continua contare le persone che sono in coda per prelevare- ci hanno portato via quasi tutto, non vorrei che ora dei politici ingenui o incapaci ci togliessero il poco che ci rimane”.

Tra chi aspetta la sua “razione di 60 euro” ci sono anche tanti turisti, arrivati con i voli charter o con le navi da crociera, passano come sciami in piazza Syntagma. I più informati si presentano puntuali allo scoccare dell’ora davanti al Parlamento, foto ricordo del cambio della guardia e poi giù nel dedalo di stradine commerciali che si dipanano verso Monastiraki. “Sono abituata a pagare con la carta di credito –spiega una signora australiana appena arrivata da Londra- poi a fine mese pago tutto. Qui invece preferiscono i contanti. Hanno un’altra cultura, pagano tutto subito”. Non sappiamo se i creditori internazionali della Grecia la prenderebbero come una battuta.

“Siamo sull’orlo di una crisi di nervi”. Paisios è disoccupato “non so più nemmeno da quanto” con due figli minori, passa le sue giornate in cerca di lavoretti e commissioni da sbrigare per i numerosi bar che si affollano di turisti “pensavo di essere pronto per questo momento –racconta mentre sposta i tavoli di un dehor- per la fine di tutto, ma ora non ne sono più sicuro”. Risalendo il flusso di turisti, alle spalle del Parlamento si sviluppano i quartieri benestanti di Atene. Il primo è Kolonaki dove i caffè freddi, bevanda nazionale nelle lunghe giornate estive, costano tre o quattro di più rispetto che in piazza Syntagma. Tra i negozi haute couture e i bar boutique spunta una gioielleria. Dietro i vetri blindati sono in bella mostra diversi lingotti, d’oro e d’argento. Ignatios non li guarda, li sta pesando con gli occhi. È sentimento diffuso che l’euro non è la moneta greca “ma non possiamo tornare alla dracma, votando no a questo referendum ci condanniamo a un decennio di privazioni. Sto pensando a svincolarmi dalla volatilità della valuta”. Beato lui.

@cosimocaridi