Gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma contro i manifestanti del Gay Pride ad Istanbul. La marcia, in programma per le 17, non ha fatto in tempo ad iniziare. La polizia antisommossa ha immediatamente bloccato le entrate di Istiklal, via icona della Istanbul turistica, aggredendo i manifestati dalle vie laterali. Le persone si sono rifugiate dentro negozi e bar, cercando di sfuggire alla repressione della polizia. Diverse ambulanze hanno portato via alcuni feriti. Quella di oggi doveva essere la tredicesima edizione della marcia per i diritti Lgbt in Turchia. La prima edizione ha avuto luogo nel 2003: quell’anno la partecipazione è stata molto bassa, secondo gli organizzatori. Il numero è aumentato nel 2011: circa 10.000 persone hanno aderito all’iniziativa. Ma solo dopo le manifestazioni di Gezi Park del 2013, c’è stato una massiccia adesione: secondo gli organizzatori, 100.000 persone erano presenti nella famosa piazza di Istanbul e nelle vie popolari adiacenti.

Da giorno di festa a scene di guerriglia urbana nel centro città per il tredicesimo Gay pride in Turchia. I ragazzi, rifugiati nei bar di viale Istiklal, si sono affacciati dalle finestre o sono saliti su alcune terrazze dei caffè che si affacciano sulla via, urlando a squarciagola slogan del tipo: “scappa, scappa Erdogan, arrivano i gay!” oppure “basta, ne abbiamo abbastanza!” ma anche “noi siamo gay, noi esistiamo!” per finire con “Tutti insieme contro il fascismo!”.

Qualche manifestante – probabilmente alcuni organizzatori – ha cercato di parlare con i poliziotti per dissuaderli dal tormentare i manifestanti, ma senza successo. Un giovane, che guarda la scena dal terrazzo di un bar che si affaccia su piazza Taksim, racconta che “i poliziotti sono giovanissimi, ragazzini indottrinatati che devono ubbidire agli ordini dei superiori. È inutile parlare con loro”. Poi alzando leggermente il tono di voce, incalza: “È sempre bello vedere gente che prova a parlare con la polizia, ma il problema non sono loro, bensì i nostri dirigenti politici”. Poi attacca senza mezzi termini il Presidente: “in verità, il nostro unico problema si chiama Erdogan“.

Presenti, in testa alla marcia, alcuni deputati del partito repubblicano e del partito curdo Hdp, appena eletti in Parlamento. Non mancano anche cantanti famosi e star della televisione. Nessuna bandiera politica presente in Piazza Taksim o nelle vie limitrofe, né iniziali o sigle dei vari partiti. Si vedono sventolare ovunque, invece, le bandierine con i colori dell’arcobaleno, simbolo mondiale del Gay pride. Per le strade, si vedono tanti giovani e famiglie: “Come puoi vedere ci sono tante coppie e famiglie eterosessuali che oggi sono venute ad esternare il loro appoggio alla nostra causa. Non siamo soli in questa battaglia per i diritti” esclama una signora di mezza età che tiene teneramente la mano della sua compagna.

Secondo le prime agenzie, la motivazione della repressione violenta della polizia è dovuta al fatto che siamo nel mese del Ramadan, mese sacro per i musulmani. Questo annuncio, non convince Begum, una ragazza che si trova alla manifestazione turca: “La cosa assurda – spiega – è che la manifestazione era autorizzata. Dietro la repressione c’è ovviamente una motivazione politica”. Nel frattempo, la situazione in piazza Taksim non è migliorata: i cannoni ad acqua hanno colpito la folla. Nel marasma più totale, alcune persone, con il viso insanguinato, sono state fermate, ammanettate e portate via.

“È la prima volta che il Gay Pride in Turchia viene represso così brutalmente” spiega Begum che poi ripete con veemenza: “Il governo ha voluto mostrare alla gente che non c’è libertà in questo Paese, che il potere è strettamente saldo nelle mani di Erdogan e che per noi non c’è spazio. Come puoi vedere siamo in uno Stato di polizia”. La giovane, evidentemente sconvolta e preoccupata, chiama freneticamente al telefono gli amici dispersi durante gli attacchi della polizia, poi esclama: “anche l’anno scorso il Gay Pride è stato fatto nel mese del Ramadan, eppure non siamo stati aggrediti dalla polizia, abbiamo potuto manifestare”. Secondo Begum la motivazione è strettamente legata al risultato delle recenti elezioni politiche : “Questo significa che il governo ha paura della gente che la pensa diversamente. Il risultato delle elezioni è un indicatore degli umori dei Turchi: la popolazione sta cominciando a capire che non è bello vivere in uno statati autoritario.”

Un’altra ragazza, un po’ in disparte, prende la parola, si chiama Irem: “Erdogan ci dipinge come malati e criminali. Guardati intorno: ci sono famiglie, bambini, anziani. Tutte persone pacifiche – omosessuali e non – che oggi volevano festeggiare l’amore e la pace. Ecco risultai: gas lacrimogeni e cannoni ad acqua”. Irem sembra molto lucida, vuole spiegare il suo punto di vista : “È un problema educativo: la gente pensa che che l’omosessualità sia una malattia che si può curare. Per molti, in Turchia, è ancora un tabù. Subiamo ogni tipo di ingiustizia, nel silenzio assordante della politica: ad esempio, non possiamo lavorare, se dichiariamo apertamente il nostro orientamento sessuale. Veniamo continuamente derisi e scherniti”. Irem, in modo concitato, racconta: “Io sono fortunata perché vivo ad Istanbul. Nei villaggi in Turchia esiste ancora “il delitto d’onore“: nel 2013 un ragazzo che conosco è stato ucciso dal padre perché gay. La famiglia non poteva accettare questa vergogna quindi ha preferito cancellare il problema dalla radice: sparare al figlio”. E’ un fiume in piena, prima di andarsene aggiunge: “Non so come è andato a finire il processo, ma purtroppo, nei villaggi, la maggior parte delle persone omosessuali non hanno il coraggio di dichiarare apertamente la propria omosessualità: è troppo pericoloso.  Bisogna combattere prima di tutto l’ignoranza in questa Paese”.

Un’altra ragazza mentre parla stringe la mano della compagna : “Noi siamo qui oggi per mandare un chiaro messaggio al Presidente: è iniziato una nuova pagina politica in Turchia. Noi esistiamo e continueremo a manifestare. I gas lacrimogeni non ci spaventano più”. Poco più in là, un giovane, sulla ventina, con la bandiera arcobaleno appoggiata sul volto, utilizzata per proteggersi dai gas lacrimogeni, si ferma a parlare con dei giornalisti presenti e lancia un monito al Presidente: “Fino a quando anche una sola persona nel mondo sarà picchiata, oltraggiata o molestata, per ragioni sessuali, ci saranno altri 10.000 Pride!”. Poi – ancora evidentemente stordito e frastornato – si disperde tra la folla.